• Davide Gaeta

SPORT utili al lifeguarding

Aggiornamento: 7 mar

Se si dovesse abbinare uno sport alla professione del lifeguard verrebbe sicuramente in mente a tutti il nuoto. Tuttavia non è proprio così, o per lo meno, non è una risposta esaustiva alla quesitone in quanto il soccorso in mare prevede una serie di gesti tecnici, in un ambiente specifico, che vengono allenati anche attraverso altre discipline sportive.

 

Nuoto

Anche soltanto per accedere al corso di formazione per conseguire il brevetto è necessario naturalmente avere delle competenze natatorie di base. È ovvio che l'allenamento in acqua non deve poi fermarsi al corso di formazione, ma deve continuare di pari passo all'attività professionale del lifeguard. In molti Paesi, infatti, sono previste delle prove di re-training.

Andando nello specifico, per gli scopi preposti, a mio parere è utile che la periodizzazione degli allenamenti di nuoto sia costituita dall'abbinamento di:

  • una base di fondo che stimoli la componente aerobica della capacità dell'organismo di produrre energia, nuotando per più chilometri, anche frazionati, ad un'andatura moderata;

  • carichi con volume ridotto, ma a più elevata intensità, stimolando la componente anaerobica, in modo da acquisire la giusta grinta necessaria in quei momenti in cui bisogna scattare al fine di gestirsi con moto ondoso e corrente; un esempio è lo storico metodo fartlek, termine svedese che indica "gioco di velocità", dove vengono alternati momenti di scatto e periodi di recupero attivo.

Oltre alla pratica indoor in piscina darei ampio spazio al nuoto di fondo in acque libere, considerando che il nuoto in mare è la forma di nuoto più pura e istintiva che esista, non solo per il fatto che il mare è la culla delle prime esperienze umane in acqua, ma soprattutto perché in mare si è soggetti ad un grande numero e varietà di disturbi all’equilibrio di nuotata.

 

Pallanuoto

La pallanuoto è lo sport che condivide la maggior parte dei gesti tecnici che effettua il lifeguard nuotando in mare. Infatti entrambi condividono la necessità di avere un costante controllo sopra la superficie, seppure i target siano diversi: per uno la palla, per l'altro una persona che sta annegando.

Per questo motivo in entrambi i casi vengono allenati la nuotata a testa alta, il trudgen, la rana a testa alta, nuotate laterali che permettano il trasporto (over arm sidestroke), nuotate di sostentamento come la bicicletta e la rana verticale.

 

Nuoto per salvamento

Quando l'azione del salvataggio si trasforma in uno sport, stiamo parlando del nuoto per salvamento. Non si tratta di qualcosa di amatoriale, e non ha nulla a che fare con i brevetti e le abilitazioni professionali. Il salvamento sportivo è una vera e propria realtà sportiva agonistica, al pari di nuoto, pallanuoto ed altre discipline del settore acquatico.

Tuttavia, se il nuoto per salvamento nasceva proprio per simulare un salvataggio, oggi si può dire che il suo inquadramento come disciplina sportiva lo ha distanziato molto da quella funzione.

Questo sport allena in maniera analitica i diversi gesti motori del lifeguard (nuoto, trasporto, corsa in spiaggia, utilizzo della rescueboard, ecc), tuttavia, c'è da precisare che resta uno sport, anzi un fantastico sport, ma che con l'attività professionale ha poca attinenza.

Ciò non toglie che un agonista di questa disciplina sportiva ha senz'altro delle ottime basi per essere un buon lifeguard di professione.

 

Surf

A mio parere è lo sport che esalta maggiormente le caratteristiche di un buon lifeguard.

Soccorrere in piscina o in mare piatto è facile per chiunque, le difficoltà tecniche, come continuerò sempre a ribadire, emergono nelle condizioni di mare impervio.

Il surfista è lo sportivo che più si avvicina al lifeguard, poiché entrambi operano nella stessa specifica zona, l'area dei frangenti: uno lo fa per sport, l'altro per soccorrere.

Per questo motivo in molte società di salvamento all'estero, soprattutto quelle anglosassoni, queste due figure sono molto vicine.

Il punto di incontro poi è senza dubbio la rescueboard, tavola da surf riadattata al soccorso al fine di operare negli interventi sottocosta, nella surf-zone (per questo si parla di surf rescue).

Tra le diverse forme (windsurf, kitesurf, SUPsurf, hydrofoil, ecc) io consiglio la più tradizionale: il surf da onda, longboard o shortboard che sia.

 

Apnea

Un lifeguard sicuramente non deve immergersi negli abissi o affrontare lunghi tratti subacquei, tuttavia, per ambientarsi nel mare formato è bene assicurarsi di saper trattenere il fiato per alcuni secondi, anche sotto stress.

L'onda impatta sul viso o tende a spingerti sotto, e in ogni caso a darti dei tempi per i quali non hai possibilità di inspirare, a meno che tu non voglia inalare acqua (o "bere", come si dice nel gergo).

Per questo motivo una minima base di apnea statica e dinamica può tornare utile a un lifeguard, con lo scopo di intervenire con maggiore tranquillità e sicurezza.

Nel mare agitato un’onda può tenere una persona sotto anche fino a 20 secondi. L’ideale sarebbe possedere, in condizioni tranquille, una capacità di sospendere il respiro per due minuti.

 

Allenamento a secco

Allenarsi fuori dall'acqua è importante sia per incrementare quelle capacità condizionali (velocità, forza, resistenza) che l'organismo necessità per questo tipo di attività, ma anche per andare ad allenare quella parte di schemi motori terrestri che emergono durante le fasi di ingresso e uscita dall'acqua, gesti tecnici che non vanno assolutamente trascurati.

Il mio consiglio è quello di utilizzare la corsa ed allenamenti a circuito come il CrossFit, dando prevalenza a programmi che esaltino la componente anaerobico-lattacida.

Per questo motivo consiglio allenamenti brevi, ma ad alta intensità, come i celebri HIIT (High Intensity Interval Training).

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