• Davide Gaeta

APNEA E SOCCORSO: intervista a Umberto Pelizzari

Aggiornato il: mar 26

Umberto Pelizzari non ha bisogno di presentazioni. Pluricampione di apnea, recordman nelle diverse discipline, divulgatore, scrittore e fondatore della scuola Apnea Academy.

Oggi siamo stati mezz'ora a telefono parlando di diverse tematiche che ricollegano l'apnea al mondo del salvataggio. Da qui si è sviluppata questa interessante intervista.

In Italia, nei corsi per assistente bagnanti, è spesso presente tra i test la vasca in apnea. Può sembrare strano, ma capita che anche bravi lifeguard, provenienti dal nuoto o dal surf, possano trovare difficoltà in questa prova. Quali sono le tue considerazioni e i tuoi consigli in merito?

Secondo me chi viene dal nuoto o dal surf il potenziale per fare una vasca sott'acqua ce l'ha. Probabilmente manca una preparazione specifica alla performance, oltre al fattore aggiunto di stress dovuto al fatto che il candidato è sotto il giudizio dell'istruttore che lo guarda.

Anche in base alle persone che si iscrivono ai miei corsi, mi rendo conto che spesso quello che manca per sbloccarsi è la fase della preparazione: non saper come respirare prima dell'immersione, magari ventilando in maniera scorretta.



L'apnea è in genere parte integrante nel programma formativo di un operatore del soccorso acquatico. A tuo parere, quali sono le competenze apneistiche che dovrebbero far parte del bagaglio di un rescueswimmer?

Conosco bene queste figure, provenendo dai Vigili del Fuoco e avendo collaborato a corsi di formazione per la Guardia Costiera.

Credo che quando ti trovi in una situazione reale di soccorso è difficile mettere in pratica tutto il proprio potenziale, per questo è importante allenarsi.

Allenarsi alla corretta respirazione, i gesti tecnici, ma anche provare delle situazioni "uncomfort". Ad esempio effettuare lavori di corsa, ma anche percorsi in apnea, sotto affanno e sotto stress, inserendo nell'addestramento situazioni impreviste.

Quando vai in acqua in un'emergenza reale non hai mai la possibilità di applicare alla lettera il protocollo o quello che hai visto nel programma formativo. Possono subentrare diverse variabili.

Visto quindi che questi professionisti si muovono su situazioni reali, con condizioni difficilmente prevedibili, è necessario ricreare una situazione di stress anche durante la fase di allenamento, non solo classiche tabelle.

Le situazioni di stress servono anche a vedere come l'operatore reagisce - non solo per quanto riguarda la gestione del panico, il sangue freddo e la capacità decisionale - anche proprio per avvicinarlo il più possibile alla realtà.



Se dovessimo parlare di test, vedi ad esempio quelli del film The Guardian, quali prove di apnea inseriresti nello skilltest di un soccorritore acquatico?

Credo che un professionista che fa quel mestiere debba essere innanzitutto sempre preparato fisicamente, cosa che si conferma attraverso test annuali (i retraining sono previsti obbligatoriamente anche in Apnea Academy).

Io penso che un professionista che si muove di mestiere in contesto acquatico non debba avere problemi a fare una discesa a -18/-25 metri.

Ho avuto modo di lavorare con degli elisoccorritori a Y-40, e mi hanno positivamente sorpreso, arrivando anche a toccare il fondo. Capisci che naturalmente un soccorritore che sa scendere a -40 metri riesce mentalmente a lavorare con maggiore tranquillità anche in interventi prossimi alla superficie, in condizioni di mare difficili.

In piscina un'apnea dinamica di 50 metri, con una giusta preparazione, penso che per uno che fa quel lavoro debba essere la base.

Per l'apnea statica direi 3 minuti, un divetime (tempo di immersione) che ti concede l'autonomia anche per le altre prove.


Corretta formazione, consapevolezza e rispetto delle regole rendono l'apnea uno sport divertente, appagante e sicuro, contrariamente a quanto potrebbero pensare i non-addetti che ricollegano questo mondo soltanto a record e profondismo. Ad oggi, quali sono gli incidenti più diffusi tra praticanti professionisti e non?

L'incidente più diffuso è chiaramente la sincope, rischio che caratterizza soprattutto persone con poca esperienza che non conoscono le regole dell'apnea (preparazione, tempi di recupero, consapevolezza fisiologica, ecc).

Quando scendi in profondità, non effettui la girata per tornare in superficie quando sei già al limite (lo puoi fare nella statica visto che ti trovi in pratica già in superficie). Manca ancora la parte più impegnativa, ossia la risalita: quando ti giri da -25 metri di profondità, per tornare su, il 75% dello sforzo lo devi ancora fare!

Quindi devi essere connesso col tuo corpo, per avere la consapevolezza di avere ancora l'ossigeno a disposizione per poter effettuare la risalita.

Poi ci sono altre situazioni, però il principale problema di incidenti resta legato alla sincope, anzi al blackout (come si dice nel mondo apneistico).



Che cos'è Apnea Academy Research e che ruolo ha in merito alla prevenzione e gestione degli incidenti correlati all'apnea?

AAR è formata da un gruppo di medici che sono anche istruttori di Apnea Academy, quali hanno unito professione e passione per cercare di capire meglio cosa succede al corpo umano quando va sott'acqua trattenendo il fiato.

Negli ultimi anni si sono uniti nelle ricerche al DAN (Divers Alert Network), lavorando in simbiosi, e hanno ricevuto anche dei finanziamenti dalla Comunità Europea per effettuare ricerche su taravana, edema polmonare e altre patologie legate al mondo subacqueo.

Queste conoscenze possono fornire dei risvolti positivi, non solo per apneisti e subacquei, ma per chiunque. Questo vale anche per la prevenzione: più conosci un problema, più riesci ad evitarlo.

Dal punto di vista medico sono riusciti veramente a dare delle risposte importanti, e tante ricerche in fase di sviluppo stanno prendendo delle direzioni sicuramente rilevanti.


Come si organizza in piscina l'assistenza ad una competizione di apnea dinamica? E di apnea statica?

In apnea dinamica l'atleta si muove orizzontalmente sul fondo della piscina e in superficie ha almeno un soccorritore con maschera e snorkel che "lo anticipa di un metro", quindi si muove alla stessa velocità, leggermente in avanti, portando con sé una tavoletta per l'eventuale supporto.

Chiaramente l'operatore che fa assistenza deve essere adeguatamente formato sulle tecniche di recupero, trasporto e così via.


Nell'apnea statica l'assistente si pone di fianco all'atleta, col quale è stato precedentemente concordato un segnale di feedback.

A dei tempi prefissati l'assistente "chiede" all'atleta se è tutto ok, ad esempio sfiorandolo; l'altro conferma, ad esempio muovendo un dito, di stare bene, lucido e in controllo.

Ovviamente il tempo in cui cominciano queste verifiche varia in base al livello dell'apneista. È chiaro che se uno riesce a fare 2 minuti di apnea statica, il primo segnale l'avrà già a un minuto. Se uno ha un massimale di 12 minuti non gli vai a rompere le scatole già dal primo minuto.

Quindi in base all'atleta variano i tempi dei segnali, e anche la frequenza.



L'assistenza all'apnea profonda richiede senza dubbio un sistema organizzativo più complesso. Una volta era affidata principalmente ai sommozzatori, costretti dopo la performance a numerose ore deco, mentre oggi si impiegano moderni sistemi di contrappesi di emergenza. Come funzionano?

Adesso nelle gare in assetto costante e free immersion l'atleta è vincolato al cavo guida da un cavetto di sicurezza.

Vegnono preventivamente concordati dei tempi per la riemersione (divetime), oltre i quali, se l'apneista non riemerge, viene dato un segnale di allerta per attivare lo sgancio del contrappeso.

Quindi, a poppa dell'imbarcazione di appoggio, viene sganciato in acqua un contrappeso di diversi kg che parte verso la profondità, quale, attraverso un sistema di carrucole collegate in serie al cavo guida (che si trova a prua), riporta velocemente in superficie l'apneista, anche se privo di sensi.

Poi ormai ci sono i Diveye, sistemi di telecamere con trasmissione real-time che accompagnano l'apneista in tutta la fase di discesa e risalita.

Non ci sono più sommozzatori sul fondo, restano soltanto i safety diver, apneisti che si muovono dalla superficie fino ai -30m e che accompagnano l'atleta nell'ultima fase, prima delle riemersione.



Negli ultimi metri prossimi alla superficie (quelli in cui principalmente avvengono gli incidenti) gli assistenti ad intervenire sono quindi altri apneisti. Quali sono, nel dettaglio, i protocolli e le tecniche con cui viene effettuato il soccorso?

Se ad esempio l'atleta prestabilisce un divetime di 2 minuti, quando mancano 20/40 secondi, uno degli apneisti scende attorno ai -30 metri, accompagnando l'atleta nell'ultima fase della performance.

Dai -20/-15 metri si uniscono altri safety diver, normalmente un paio, per incrementare il controllo della situazione.

Poi è previsto per l'atleta un protocollo di uscita, ossia riemergere ed entro 15 secondi togliere maschera/occhialini e confermare "I'm ok!".

Qualora fosse necessario intervenire, ci sono diverse tecniche e prese di trasporto, a discrezione del safety diver che interviene, per riportarlo in superficie, togliere la maschera e consegnarlo all'equipe per il soccorso sanitario.


Nel catalogo formativo di Apnea Academy è previsto anche un corso Rescue. Di cosa si tratta?

Questo è un corso di specialità curato proprio dallo staff di Apnea Academy Research; è un corso che prepara agli aspetti del soccorso legati all'apnea (somministrazione ossigeno, BLS, First Aid).

Nel corso vengono ricreate delle situazioni reali, verificando che il candidato sia capace di muoversi in modo corretto in quei contesti emergenziali, senza commettere errori.

Tutti i nostri istruttori devono avere almeno una formazione legata al primo soccorso, in più noi proponiamo anche questo specifico corso di specializzazione rescue.



Le scuole di apnea, oltre alla finalità sportiva, pensi possano avere il ruolo di contribuire alla prevenzione degli incidenti in acqua e alla diffusione di una corretta cultura della sicurezza acquatica?

Sicuramente sì. Lo confermano le persone che accedono ai corsi e iniziano a frequentare la scuola.

È chiaro che sarebbe bene parlare di queste tematiche di prevenzione nelle scuole, ma non intendo quelle di apnea, intendo proprio le scuole dell'istruzione (primarie, secondarie, ecc).



Nella tua vasta esperienza da uomo di mare, anche al di fuori del contesto apneistico, ti è mai capitato di soccorrere qualcuno in difficoltà in acqua?

A mare una volta. Ero proprio ragazzino, avevo 12 o 13 anni, c'era corrente che portava fuori e c'era una signora che era entrata in acqua per aiutare il figlio, restando lei vittima della risacca. Solo che questa signora pesava cinque volte me, quindi non fu facile recuperarla.

Poi da ragazzo sui 17 anni, quando nuotavo e avevo conseguito il brevetto di assistente bagnanti, ricordo un paio di interventi in piscina.



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