• Davide Gaeta

SURF E SALVATAGGIO: intervista ad Alessandro Dini

Quando in Italia si parla di surf, un nome che è impossibile non conoscere è quello di Alessandro Dini, pioniere del movimento surfistico italiano.

Fin dagli albori ha dedicato la sua vita al surf, impegnandosi nella promozione di questa disciplina in tutti suoi ambiti: competizioni sportive, surf-shop, riviste, federazioni, didattica, ecc..

Tante storie sul suo contributo è possibile conoscerle leggendo le righe del libro La Storia del Surf in Italia, cercando il suo nome sul web, scoprendo le sue interviste, o semplicemente chiedendo a chi il surf lo ha sempre vissuto.


Alessandro, tra l'altro, è stato il Presenter durante la mia formazione come istruttore della International Surfing Association, ai miei primi anni con lo Stand Up Paddle. Successivamente con lui ho avuto l'opportunità di frequentare una formazione che unisse il mondo surfistico a quello del soccorso. In questa intervista trattiamo proprio questa tematica!

Non di rado si leggono casi di bagnanti in difficoltà che vengono soccorsi da praticanti di sport surfistici: si può dire che la presenza di cultori del surf in acqua possa incrementare la sicurezza della balneazione. Eppure spesso chi pratica sport da tavola in acqua viene visto, dai bagnanti e dalle autorità, come un potenziale pericolo. Qual è la tua opinione?

Senza dubbio, i praticanti degli sport surfistici sono molto utili per il soccorso dei bagnanti, soprattutto nei giorni di mare mosso.

Non vorrei sembrare di parte, ma i surfisti da onda, rispetto ai praticanti di altri sport d’acqua come supper, windsurfer, kiter, etc… sono i più efficaci, perché presiedono proprio quel tratto di mare che va dalla riva fino al break-point, la linea di rottura delle onde, mentre i loro “colleghi” sfrecciano su ampi spazi e sono ostacolati, nel caso di salvataggio tra le onde, da attrezzature ingombranti che possono mettere in pericolo lo stesso bagnante soccorso (vele, cavi, remi, pagaie, etc).

Quindi i surfisti dovrebbero essere visti di buon occhio, soprattutto dalle autorità.

Va detto però che in Estate il surfista dovrebbe evitare di surfare tra i bagnanti, soprattutto nelle giornate di onde piccole che rompono molto vicino a riva, dove i bagnanti fanno il bagno.

All’estero si adottano orari e zone particolari per dare a tutti la possibilità di godere del mare, e ciò potrebbe accadere anche da noi.

Il surfista potrebbe avere la precedenza al mattino presto (quando le onde spesso sono migliori e i bagnanti non amano bagnarsi).

È solo un esempio, con la buona volontà si possono trovare vari modi per far convivere surfisti e bagnanti.

Lo spagnolo Jonan Etxebarria, nel suo libro Socorrismo para surfistas, definisce i surfisti come "bagnini volontari", visti i numerosi episodi che li vedono coinvolti in salvataggi. Sei d'accordo con questa definizione?

Certamente. Io stesso, ma sono certo anche tu e molti surfisti che conosciamo, ho effettuato alcuni salvataggi mentre facevo surf.

Ormai, anche le line-up italiane sono spesso affollate da surfisti e supper, i più rapidi a portare soccorso ai bagnanti in difficoltà durante le giornate di mare mosso.

È quindi importante che i surfisti siano in grado non solo di portare in salvo le persone, ma anche di praticare le operazioni di primo soccorso e di rianimazione.

Rapporto tra surfisti e lifeguard: come è vissuto in Italia e all’estero?

Beh, all’estero basta seguire l’esempio australiano o hawaiano, per capire quanto sia connesso e integrato il surf al lifesaving.

Dove il moto ondoso è costante e potente, la collaborazione tra surfisti e lifeguard è fondamentale.

In Italia abbiamo molto da lavorare su questo tema. Spesso il surfista snobba i bagnini perché molti di loro sono avanti con l’età e fuori forma fisica. La vera differenza sta proprio qui: in molti paesi quello del lifeguard è una professione. Con frequenze che variano da nazione a nazione, il lifeguard deve dimostrare tramite specifici test, di essere allenato e in grado di portare un soccorso senza mettere a proprio rischio la propria vita e quella altrui. Di conseguenza, il surfista ha pieno rispetto e considerazione dei consigli di chi come lui, ha esperienza e conoscenza delle onde, delle correnti e delle tecniche di soccorso e first aid.


Parliamo invece di quando è il surfista ad essere soccorso. Quali sono gli incidenti tipici in cui generalmente incorre durante la sua attività sportiva?

In genere, anche nei paesi dove le onde sono più frequenti, alte e potenti di quelle del nostro Mediterraneo, i surfisti sono preparati a un hold-down, a essere tenuti sotto’acqua.

I casi di annegamento sono tutto sommato pochi, in proporzione al numero di surfisti.

I casi più frequenti di soccorso riguardano ferite da taglio (pinne della tavola, fondale corallino o roccioso), contusioni e fratture (urto con la propria tavola, con altri surfisti, con il fondale), distorsioni, strappi muscolari etc…

Abbastanza frequenti sono anche i casi di iper e ipotermia e di contatto con creature marine (meduse, pesci velenosi etc…).

Come viene strutturata l'assistenza agli atleti durante una competizione?

Dipende da dove ci troviamo e il livello della competizione. A livello amatoriale non si va oltre alla presenza di un’autoambulanza (quando va bene).

Il soccorso in acqua spesso è affidato agli stessi atleti e a una rescue-board messa a disposizione dagli organizzatori.

A livello professionistico o semi-professionistico invece, ha preso sempre più campo la moto d’acqua dotata di “barella” e sul campo gara è presente non solo un medico, ma un punto medico attrezzato.

Recentemente, anche nel nostro paese, la presenza di almeno una moto d’acqua durante una competizione di surf è sempre più utilizzata, ma attenzione: essa può rappresentare un pericolo in più se guidata da persone poco esperte!

Lo spazio tra un frangente e l’altro nei nostri mari, è assai più corto rispetto all’oceano, cosa che richiede molta, molta perizia da parte del conducente.

Il sottocosta è un'area di interesse comune, per i surfisti che hanno bisogno di onde, e per i guardaspiagge che soccorrono i bagnanti. Eppure questi ultimi, in Italia, generalmente non hanno minima padronanza del gergo usato nel surf per definire questo ambiente (line up, impact zone, breakerzone, ecc). Credi sia un gap da colmare?

Non è solo una conoscenza di gergo surfistico. Che si chiami impact zone o zona d’impatto, sweep o corrente parallela alla linea costiera, l’importante è la conoscenza di cosa questi termini significhino e quali tipi di problemi possano rappresentare in un particolare tratto di costa.

Ovvero, individuare il pericolo e mettere in atto tutte le precauzioni per minimizzare tale pericolo, comprese la sequenza di azioni da eseguire per portare soccorso in QUEL contesto.


Un sano punto di incontro tra surf e lifeguarding è senza dubbio la rescueboard, strumento ampiamente impiegato in tutto il mondo, purtroppo tutt'oggi poco diffuso nel nostro Paese. Cosa ne pensi in merito a ciò?

Assolutamente da fare. Ma come per la moto d’acqua, non basta avere il mezzo, ci vuole anche il manico!

Superare le onde con la rescue-board non è una passeggiata, occorre avere confidenza con i frangenti. Voglio aggiungere che occorre sempre distinguere tra soccorso su acqua piatta o mare calmo e soccorso tra le onde.

Nel primo caso, si può anche pensare al SUP. Ma nel secondo caso, “forget it!”.

Ho viaggiato molto e non dimenticherò mai la risposta di un noto lifeguard hawaiano che lavorava come me in Quiksilver quando gli chiesi cosa ne pensava del recupero con il SUP tra le onde.

La riassumo: “Sei masochista o cosa! Nessuno con un minimo di senno utilizzerebbe una tavola da SUP per soccorrere qualcuno tra le onde”.

Anche in questo caso occorre distinguere tra onda e onda e tra lifeguard e lifeguard, ma sono convinto che anche in presenza di un’onda di un metro, la rescue-board è più rapida e sicura di un SUP.

Non me ne vogliano gli amici del SUP, ma questa è la mia idea dopo oltre quarant’anni nel surf.

Un'esperienza che hai vissuto in prima persona che ricolleghi il surf al soccorso?

Primi anni 90, molo di Viareggio. Stavo surfando con mio fratello e un altro amico, quando loro prendono l’ultima onda e escono. Resto da solo. Vento e onde sul metro e mezzo abbondante. Prendo l’ultima ed esco anch’io. Ad un tratto una persona sul molo inizia a gridare e smanacciare, indicandomi un punto davanti a me. Una persona era in difficoltà proprio nell’impact-zone. Mi dirigo verso la persona, che ormai stava affogando. Mi si butta addosso. Un uomo enorme. Si avvinghia alla tavola, nel panico più totale. Ogni ondata lo strascina via. Fortunatamente il laccio ha tenuto. Ma il gioco di corrente ci riportava sempre nell’impact-zone. Sono stato in quella situazione per una buona decina di minuti, ogni volta che il tipo perdeva la tavola la recuperavo e gliela rimettevo a portata di mano, una, cinque, dieci volte… Ero sfinito. Finalmente, onda dopo onda, siamo usciti da quel punto e un’ondata ci ha spinto vero riva. Morale: non rimanere mai in acqua da soli in posti dove non c’è un lifeguard nelle vicinanze.

I campionati di salvamento sportivo (International Life Saving Federation) - noti per le storiche prove di nuoto con manichino, pinne, torpedo - hanno inserito negli ultimi anni gli ocean events (in mare), tra cui anche una prova con tavola: gli atleti utilizzano un rescue-prone-paddleboard, con uno scafo perfezionato ai fini della performance sportiva. Cosa pensi di questa disciplina?

Non possiamo pretendere che tutti i lifeguard siano esperti surfisti, anche se ovviamente sarebbe meglio lo fossero. Ben venga quindi l’utilizzo di tavole e mezzi di soccorso efficaci per un soccorso tra le onde, che non richiedono una particolare abilità surfistica.

Nell'attività formativa del salvamento italiano viene dato tanto peso alla voga e al nuoto. Come sport annessi, vengono spesso consigliati pallanuoto e nuoto per salvamento. Tuttavia resto del parere che lo sport che fornisce le skill necessarie ad un buon lifeguard sia proprio il surf da onda, soprattutto per la conoscenza diretta dell'area dei frangenti, zona operativa della maggior parte degli interventi di salvataggio. A tuo parere, andrebbero inserite nozioni ed abilità surfistiche tra i requisiti e i programmi formativi dei lifeguard?

Pur apprezzando e rispettando tutte le realtà coinvolte nel salvamento, nella mia esperienza personale ho notato che i soccorsi tra le onde mettono in difficoltà anche chi nell’elemento acquatico ci passa molto tempo, per sport, professione o passione. Poter prevedere con un colpo d’occhio la forza dell’onda in arrivo, e di conseguenza adottare il comportamento più idoneo da adottare è essenziale.


Sicurezza in acqua: il tuo take-home-message per i surfisti, per i lifeguard e per i bagnanti?

Di fronte alla natura, e nel caso specifico una natura potente e insidiosa, siamo tutti inermi, dai bagnanti ai più esperti lifeguards. Guardarci le spalle l’uno con l’altro è l’unica maniera per vivere il mare con un ragionevole livello di sicurezza. E non occorre scervellarci troppo, basta fare riferimento all’esperienza di popoli che sono decenni avanti, soprattutto se si parla di rescue in acque mosse: Australia, Hawaii, California...

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