• Davide Gaeta

FLUIDODINAMICA SOTTOCOSTA: intervista ad Enzo Pranzini

Il Prof. Enzo Pranzini insegna all’Università di Firenze Dinamica e difesa dei litorali ed è considerabile uno dei massimi esperti di geomorfologia delle coste. Autore di centinaia di articoli scientifici e diversi libri, tra cui il recente Granelli di Sabbia, è stato cofondatore e presidente del Gruppo Nazionale per la Ricerca sull’Ambiente Costiero (GNRAC).

Ho avuto occasione di conoscerlo in diversi convegni, e sono sempre più convinto che la sua materia sia di rilevantissima importanza per chi lavora nel campo del salvataggio, e questa intervista ne è una conferma.

Spesso anche chi vive sul mare purtroppo ignora la grande differenza che c'è tra il sottocosta e il mare aperto. Come descrivere in poche righe la sostanziale differenza tra questi due ambienti vicini, ma tanto differenti?

La differenza sostanziale sta nel tipo di onda che li caratterizza: al largo abbiamo onde che non determinano un trasporto di acqua verso riva, mentre sottocosta questo trasporto è importante.

La forma stessa dell’onda si modifica procedendo verso riva: sui fondali maggiori creste e cavi hanno un profilo identico, seppur opposto, sono onde sinusoidali, mentre poi le creste diventano alte e strette e i cavi larghi e poco profondi. Guardando bene, vicino a riva si vede una cresta ripida che corre su di una superficie quasi piatta.



La fluidodinamica sottocosta cambia principalmente in base al tipo di spiaggia. In condizioni di mare formato quali sono i principali pericoli nei vari tipi di spiagge?

Io credo che il pericolo maggiore sia dato dalle rip current, e i dati sugli annegamenti lo confermano. Quello che è sorprendente è che queste correnti sono facilmente identificabili, ma nessuno spiega come si riconoscono. Credo che un’ora di lezione fatta nelle scuole da persone esperte potrebbe salvare molte vite.


Quali sono gli elementi di una spiaggia che un lifeguard dovrebbe attentamente osservare il primo giorno in cui prende servizio sul proprio spot?

Sembra una provocazione, ma per prima cosa gli consiglierei di guardare attentamente le persone, perché sono i loro comportamenti stupidi che determinano le tragedie. Poi, ovviamente, il modo con il quale frangono le onde, che ci informa sulla morfologia del fondale e sulla presenza di rip current; poi il tipo di sedimenti presenti sulla battigia, che ci dice quanto ripido è il profilo e che difficoltà possono trovare le persone più deboli a entrare, e più che altro, ad uscire (!) dall’acqua.


In maniera sintetica e analitica, quali sono le diverse strategie che vengono utilizzate dall'uomo per proteggere la costa da erosione e marosi?

In Italia andavano di moda le scogliere parallele emerse e i pennelli, che sono le opere che più impattano sul paesaggio, sulla qualità delle acque e sul rischio per i bagnanti. Ora si tende a fare le stesse opere sommerse, con cresta più o meno profonda, cosa che riduce l’impatto paesaggistico e facilita il ricambio idrico, ma così non si risolve completamente il problema della sicurezza.

Nel Nord Europa vi sono molti pennelli permeabili, fatti con pali di legno, che sembrerebbero più sicuri per i bagnanti ma che, attraversati dalle correnti indotte dal moto ondoso, possono intrappolarli con serie conseguenze.

Negli ultimi anni si è affermato il ripascimento artificiale delle spiagge, con sabbia proveniente da cave terrestri o marine. Questa può sembrare una difesa effimera, e in effetti la ricarica deve essere fatta con una certa frequenza, ma è la soluzione ai problemi del turismo balneare che ha il minore impatto possibile.

Ovviamente se si cambiano le dimensioni della sabbia, mettendo ad esempio ghiaia per avere una maggiore stabilità, la fruibilità dell’arenile cambia e si accrescono le difficoltà di accesso al mare per le persone anziane o con disabilità.


Quali pericoli potrebbero creare ad un bagnante i pennelli artificiali, le barriere parallele, e gli altri tipi di strutture artificiali?

I pennelli ostacolano il flusso dell’acqua (e di sedimenti) lungo costa e innescano correnti dirette verso il largo. Il problema è che perché i pennelli siano efficaci devono essere piuttosto distanziati, e con la distanza cresce la forza della corrente in uscita perché maggiore è l’acqua che viene bloccata.

Le scogliere parallele determinano un innalzamento del livello del mare a tergo (l’acqua tracima sulla cresta e filtra attraverso i vuoti presenti fra i massi), e questa acqua esce con grande velocità dai varchi. La corrente può essere intensa anche lontano dal varco e nessuno pensa che una zona protetta dalle onde sia così pericolosa. Spesso, durante le mareggiate, ci vengono portati i bambini perché non vi sono onde! Quando una persona viene trascinata fuori dal varco, non può certo riattraversarlo per guadagnare la riva, ma l’alternativa è venire sbattuti contro gli scogli.


Oggi quale potrebbe essere reputata la strategia più efficace, ma anche più sicura, per risolvere sia le problematiche di carattere ambientale che quelle legate alla balneazione?

So che quando dico queste cose non vengo ascoltato, o comunque criticato, ma con il livello del mare che s’innalza e i fiumi che non portano più sabbia perché non possono erodere il suolo e fare le piene ‘catastrofiche’ (e comunque molta sabbia si ferma nei bacini artificiali) non potremo bloccare l’erosione su tutte le nostre spiagge. E’ necessario che la politica, con i cittadini, si assuma la responsabilità di decidere dove si deve difendere ad oltranza e dove è più saggio gestire l’arretramento della costa. Qui si dovrà investire per sviluppare attività alternative al tradizionale turismo balneare, ma tutti gli studi ci dicono che l’arretramento è la strategia più sostenibile su di una scala temporale più ampia. Ovviamente la riconversione non è possibile ovunque, e ci dovremo adattare ad un livello del mare più alto, che significa modificare le strutture in modo che non perdano la propria funzionalità negli scenari futuri. In alcuni paesi, evidentemente più lungimiranti del nostro, queste cose si stanno già facendo!


Nei corsi sul salvataggio in acqua, a mio parere, ancora oggi viene dato poco spazio all'approfondimento tecnico delle dinamiche del sottocosta, che è poi l'ambiente dove principalmente un soccorritore acquatico interviene. Se i manuali stanno iniziando ad arricchirsi su questi argomenti, resta ancora carente la "conoscenza pratica". Cosa consiglieresti per compensare questo gap?

Chi vive sulla spiaggia, ed in particolare su di una torretta di salvataggio, acquisisce presto la capacità di osservare i fenomeni che avvengono lungo la costa, ma talvolta gli mancano gli strumenti per interpretarli o, anche, per prevederne l’evoluzione. Vi sono comunque testi che affrontano questi problemi in modo chiaro ed esauriente, come il Manuale di Giorgio Pezzini, di cui è uscita ora una nuova edizione. Nei corsi per bagnini di salvataggio la morfologia e la dinamica delle coste devono essere insegnate da persone scientificamente competenti, che però non stiano rinchiuse nei loro laboratori. L’osservazione diretta della spiaggia durante una mareggiata, ma anche del comportamento delle persone, e la conoscenza dei problemi che si trova ad affrontare chi è responsabile della loro sicurezza, porta a vedere le cose in modo diverso. Lo scambio di conoscenza e di esperienza fra lo scienziato e il bagnino è la garanzia per la crescita di entrambi, e questo scambio deve essere, non solo favorito, ma anche stimolato.

Spesso le tecniche, le nozioni e i protocolli sul salvamento che si imparano in piscina risultano totalmente inapplicabili nel contesto reale del sottocosta, soprattutto in condizioni di mare formato. Qual è il tuo parere su questa cosa?

Si, la piscina non è il mare e credo che la formazione degli operatori debba essere assai diversa. Il mare cambia in continuazione e il bagnino deve modificare continuamente la strategia che usa nel controllo, per non parlare di quella da adottare nei soccorsi, mentre la piscina rimane sempre uguale. Forse anche i frequentatori sono diversi o, almeno, diversi sono i comportamenti che i due ambienti stimolano. In entrambi i casi … non vorrei essere al posto del bagnino!


Che cos'è GNRAC e di cosa si occupa?

Il Gruppo Nazionale per la Ricerca sull’Ambiente Costiero è nato nel 2005 per dare continuità alla collaborazione fra le diverse competenze che, fin dai primi anni ’70, lavoravano a progetti di ricerca nazionali interdisciplinari, in particolare fra geologi ed ingegneri. A questi si sono aggiunti biologi, architetti, economisti e molti amministratori di enti pubblici, nonché professionisti e società del settore. Lo scopo del GNRAC è quello di diffondere le conoscenze sull’ambiente costiero ai fini di una sua gestione sostenibile. Organizziamo convegni, corsi, visite a tratti costieri interessanti, spesso in occasione della realizzazione di progetti di difesa. Abbiamo anche una rivista, Studi costieri, che intende portare i risultati della ricerca a chi questi risultati li deve utilizzare e non è abituato, o non ha il tempo, per leggere le riviste scientifiche internazionali.


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