• Davide Gaeta

ITALIAN WATERMAN: intervista a Luca Palla

Cercando sul dizionario anglosassone la parola waterman, la definizione rilevata è "an oarsman who has attained a particular level of knowledge or skill (un rematore che ha raggiunto un particolare livello di conoscenza o abilità)".

Se sommiamo le diverse abilità legate al mondo acquatico (nuoto, apnea, voga, pagaiata, surf, ecc) ad un'elevata prestanza atletica possiamo iniziare a farci un'idea concreta di questa figura, e un esempio concreto made in italy è Luca Palla, viareggino atleta del mondo acquatico che ha fissato per Giugno 2021 la sua sfida più ardua: arrivare a Viareggio in SUP, partendo..dalla Corsica!

Di questa impresa che ha ricevuto l'attenzione di diversi sponsor, tra cui anche Rescue Italia, voglio mettere in risalto gli aspetti legati alla sicurezza, con un'intervista a Luca che sottolinea il fatto che anche i più esperti e capaci rispettano tutte le buone prassi per garantire la propria incolumità in acqua.

Cronologicamente qual è stato il tuo percorso formativo nel mondo acquatico, sia sportivo che professionale? La passione per il mare ha sempre fatto parte della mia vita e mi è stata trasmessa senza ombra di dubbio da mio padre, infatti quando ero piccolo pensavo che lui fosse il dio Nettuno, perché quando andavamo al mare passava intere giornate senza mai uscire dall’acqua, e poi la sera mangiavamo sempre quello che aveva pescato con la sua fiocina.

Poi l’amore per il surf ha cambiato tutta la mia vita e durante la mia permanenza alle isole Canarie dove ho vissuto a lungo, ho avuto la fortuna di conoscere e diventare amico di un vero Waterman soprannominato “El máquina” nonché campione Spagnolo di nuoto e bravissimo surfista, che lavorava in una scuola di formazione di lifeguard, dove ho iniziato ad allenarmi quando avevo 18 anni e dove ho capito quanto fosse pericoloso e importante prepararsi fisicamente e soprattutto mentalmente per riuscire ad affrontare l’oceano in certe situazioni estreme. Poi i viaggi e soprattutto le amicizie alle isole Hawaii hanno sicuramente fatto tutto il resto, ma ancora oggi continuo a mettermi in discussione e cercare nuovi stimoli per migliorare e provare a trasmettere quello che ho imparato ai ragazzi più giovani, ma sempre con la consapevolezza che non esistono maschere da super eroi, ma solo quelle di umiltà e rispetto. Negli anni ho fatto davvero corsi di ogni genere relativi sempre alla sicurezza in mare, collaborando con la Guardia Costiera e cercando sempre di “rubare” metodi ed esperienze a chiunque abbia incontrato sul mio cammino, ma senza mai dimenticare che l’unico vero maestro sia il nostro grande amico Blu, e che solo un “pezzo di carta” non potrà mai renderci migliori, ma solo allenamento ed esperienza potranno farci crescere giorno dopo giorno.

Quali sono le caratteristiche e le competenze di un waterman? Credo che essere Waterman sia come essere parte integrante del Blu, sapendo vivere il mare in ogni sua sfumatura, senza stupidi pregiudizi, senza poter vivere anche un solo giorno dell’anno senza sentire il sapore del sale. Non esistono modi migliori o più giusti di vivere il mare, ed essere Waterman vuol dire anche prendersi cura e proteggere il nostro amico Blu cercando di sensibilizzare ogni giorno soprattutto i più piccoli che un giorno ne saranno i nuovi guardiani.

Quali sono le misure di sicurezza che adotti per i tuoi allenamenti? Nelle mie lunghe ore di allenamento in mare porto sempre con me una cintura auto gonfiante ed un dispositivo cellulare resistente all’acqua con un galleggiante, inoltre prima di ogni sessione di allenamento comunico sempre a qualcuno quale sarà la mia rotta ed approssimativamente la durata del mio allenamento. Inoltre per gli allenamenti più particolari, e soprattutto le uscite notturne, comunico sempre le mie rotte alla centrale operativa della Capitaneria di Porto, indicando sempre il colore della mia tavola e dei miei indumenti, insieme chiaramente alla direzione di navigazione.

Passando dallo sport al soccorso, cosa ne pensi del SUP-Rescue? Credo che sia un ottimo strumento da utilizzare in condizioni di mare calmo, ma sempre e solo se in grado di saperlo gestire e senza improvvisarsi, perché altrimenti si potrebbe mettere a rischio la vita delle persone oltre alla propria. Come per la tavola rescue bisogna dedicare tempo per prendere confidenza con lo strumento prima di poterlo utilizzare in un vero salvataggio, dove non sono permessi errori ed esitazioni. La stessa cosa vale anche per il pattino di salvataggio, e chiaramente soprattutto alla pratica del nuoto in acque aperte e con moto ondoso che è totalmente differente dal semplice nuotare in una vasca di acqua dolce.


Cosa pensi del lifeguarding in Italia? E all'estero? Penso che in Italia siamo prima di tutto ben altro che lifeguard, ma ho anche la speranza che in un futuro, come già successo per tante altre cose, qualcosa possa pian piano cambiare ed avvicinarsi ad un modo differente di svolgere il nostro lavoro. Basta passeggiare lungo le nostre coste per trovare una risposta a questa domanda, e sicuramente realtà come Rescue Italia, sommate al tuo operato, stanno facendo del bene a questo settore. Con le vostre iniziative state piantando dei nuovi semi che sono sicuro un giorno potranno sbocciare per portare dei cambiamenti radicali.

Nel tuo ampio background sul salvamento, ricordi un salvataggio che ti ha particolarmente colpito? Sicuramente sono stati quelli in momenti in cui non ricoprivo il ruolo di assistente bagnante e quello più impegnativo mi è successo in Sri Lanka.

Passeggiando sulla spiaggia con mia figlia vidi un ragazzino risucchiato dalla corrente che stava affogando, in una situazione assurda di alta marea dove si creava un isola di sabbia tra due canali di acqua profonda con una barriera corallina affilata ed una corrente spaventosa. Ho dovuto correre sulla sabbia per quasi un chilometro prima di potermi tuffare e nuotare per un tempo che a me è sembrato infinito, ma per fortuna sono riuscito a recuperare il ragazzo che al mio arrivo era già privo di sensi e che ho dovuto trasportare e rianimare dalla parte opposta della spiaggia con davvero tanta fatica perché con me non avevo nessuno strumento di salvataggio.

Ho dovuto prendere una decisione e, forse anche se stupidamente, non ho pensato che avrei potuto fallire il mio tentativo andando a mettere a rischio anche la mia vita, ma alla fine per fortuna tutto è andato bene. Ricordiamoci sempre però che se vogliamo salvare qualcuno prima dobbiamo essere consapevoli di poterlo fare nella massima sicurezza per non mettere a rischio anche la nostra vita e che una decisione dettata dalla paura o impulsività può trasformarsi in una tragedia.


Dalla Corsica a Viareggio in SUP, probabilmente la tua sfida più grande! Come si organizza l'assistenza a questo tipo di traversata? Con me parte una barca di appoggio che mi segue a distanza e con la quale posso comunicare con un VHF marino; è soprattutto un fondamentale supporto come protezione da eventuali imbarcazioni che posso incrociare durante la mia navigazione, in particolare nelle ore notturne.

Il tuo take-home-message per chi decide di avvicinarsi agli sport acquatici o al mare in generale. Di essere sempre consapevoli che il mare sarà sempre più forte di noi e di non avere mai la presunzione di sentirci invincibili, ma allo stesso tempo di non farci paralizzare dalle nostre paure, ma di imparare a gestirle e sfruttarle per essere sempre attenti, senza mai abbassare la guardia, per poter vivere nella massima sicurezza le nostre passioni immerse nell’acqua salata. Il mare è vita, e quando siamo immersi nel blu siamo parte di un mondo unico dove possiamo abbandonare preoccupazioni e problemi, perché come dico sempre: "i problemi non sanno nuotare!"


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