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I dati sugli ANNEGAMENTI IN ITALIA nei report dell'ISTISAN

  • Immagine del redattore: Davide Gaeta
    Davide Gaeta
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 14 min

Per quanto col termine "annegamento" la comunità scientifica definisca sia i casi fatali che quelli non fatali, in questa trattazione si fa riferimento soltanto alle casistiche di incidenti che hanno avuto esito letale, quindi alle morti per annegamento.

Per molto tempo gli unici dati a disposizione sono stati quelli raccolti dall'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) e pubblicati dal Ministero della Salute, basati sulla compilazione delle "schede di morte" secondo i criteri dell’International Classification of Disease (ICD10).

Pertanto, fino a pochi anni fa non si sapeva, se non vagamente, in quali contesti e per quali cause avvenivano i circa 400 annegamenti annui riportati da queste statistiche.

Un'alternativa posta in atto per recuperare questi dati è stata quella tramite gli articoli di cronaca pubblicati dalle testate giornalistiche, quali, tuttavia, risultano spesso inaffidabili poiché il giornalista inesperto del settore tende a descrivere in malo modo gli aspetti tecnici, e oltretutto spesso le informazioni in questi casi vengono camuffate nel tentativo di fare meno luce sulle responsabilità di chi è coinvolto in tali incidenti. Per ottemperare alla necessità di conoscere queste informazioni, importantissime al fine di attuare delle strategie utili di prevenzione, da alcuni anni è cominciato un percorso di studi e pubblicazioni da parte di un pool di esperti presso l'Istituto Superiore di Sanità (ISTISAN).

Anno 2003 - Annali dell'ISTISAN


Risale al 2003 la prima pubblicazione reperibile in merito all'argomento, pubblicata nel primo volume degli "Annali dell'Istituto Superiore di Sanità" di quell'anno, dal titolo "Incidenti nelle aree di balneazione".


In Italia i dati statistici disponibili limitati agli annegamenti mostrano che tra il 1969 e il 1997 la mortalità è scesa da circa 1200-1300 a circa 400-500/anno, diminuendo particolarmente per le fasce giovanili; la stessa resta più alta nei maschi che nelle femmine. Le ragioni principali di questa diversità sembra che risiedano in un contatto superiore con l’ambiente acquatico (sia per le attività occupazionali che ricreative), in un maggiore consumo di alcol e un atteggiamento di spavalderia che determina una sottovalutazione del pericolo.



La mortalità per annegamento appare un fenomeno distribuito piuttosto uniformemente in tutte le fasce di età: circa la metà delle morti per annegamento riguarda soggetti al di sopra dei 40 anni, mentre le morti sotto i 20 e sopra i 65 anni sono circa il 25% del totale.

I dati sulla mortalità per annegamento non forniscono informazioni riguardanti la tipologia dei corpi idrici nei quali si sono verificati gli incidenti, tuttavia questi dati sono utilissimi per una serie di considerazioni.

La presenza di uno sbocco al mare abbastanza sorprendentemente gioca un ruolo non di grande importanza nella genesi di questi decessi, poiché le province mancanti di una vocazione marittima compensano questo "tributo di vittime" con la presenza nel proprio territorio di laghi, fiumi, canali ed opere artificiali.

Anno 2011 - Rapporto ISTISAN 11/13


Nel 2011 viene pubblicato il Rapporto ISTISAN 11/13 dal titolo "Annegamenti in Italia: epidemiologia e strategie di prevenzione".


I dati evidenziano come l’annegamento sia un fenomeno a bassa incidenza ma ad elevata letalità: su circa 800 eventi/anno, nella quasi metà dei casi il soggetto coinvolto muore. La mortalità è passata da circa 1200-1300 morti/anno degli inizi degli anni ’70 a poco meno di 400 del biennio 2006-2007.  I dati mostrano come nel 44% dei casi l’annegamento avviene in territori che non presentano un accesso al mare, per lo più ubicati nel nord del Paese.

In questo report viene coniato l'indice di rischio di annegamento (IRA), quale classifica i Comuni in base al numero di decessi per annegamento (minore o maggiore di 7) e alla loro frequenza negli anni (minore o maggiore di 4).


In Italia, per quasi l’80% dei casi di annegamento accidentale non si dispone di informazioni precise circa la dinamica dell’evento che invece sarebbero oltremodo importanti per le considerazioni da fare in merito alle possibili strategie efficaci di prevenzione.


Dai dati ISTAT risulta che dal 1998 al 2007 in media si sono registrati 390 decessi/anno, con un minimo nel 1999 (361 casi) e un massimo nel 2000 (443 casi).

In questi dieci anni i dati sugli annegamenti mostrano una sostanziale stabilità, sia nel numero dei casi registrati, sia nei corrispondenti tassi di mortalità attestatisi in media attorno ai 6-7 morti per milione di abitanti/anno. Appare evidente come si sia di fronte ad una sorta di “zoccolo duro”, difficilmente comprimibile se non si mettono in atto strategie mirate ed efficaci.


L’annegamento è un fenomeno che riguarda tutte le classi di età, però appare evidente che è tra i giovani (14-29 anni) che si presenta con la massima incisività in termini assoluti, con circa 1/3 del totale delle morti registrate, anche se in termini di tassi di mortalità sono gli anziani di 70 anni e oltre a presentare i valori più elevati in entrambi i generi.

La ricerca epidemiologica sugli annegamenti è cresciuta molto lentamente, sia perché nell’ambito degli incidenti l’acquisizione di dati di tipo sanitario è sempre stata difficoltosa, sia perché in questo specifico campo è difficile avere una precisa caratterizzazione della popolazione a rischio.


Ci si trova, quindi, nella paradossale (e spiacevole) situazione di poter quantificare esattamente le dimensioni del fenomeno, seguirlo nel tempo, senza essere in grado di individuare le cause che potrebbero aver favorito gli eventuali cambiamenti osservati. Emerge nuovamente il fatto che non sia da ritenere l’ambiente marino come l’unico responsabile della mortalità per annegamento.


Il 2007 era l’ultimo anno per il quale si disponeva sia dei dati di mortalità, sia dei dati di morbosità, col fenomeno quantificabile in 387 morti e 312 ricoverati. Per il triennio successivo 2008-2010 sono stati adoperati i dati recuperati tramite gli episodi riportati dalla stampa, con lo scopo di classificarli in base ai contesti, al periodo dell'anno, alla Regione e al corpo idrico ove sono avvenuti gli incidenti.


Annegamenti riportati dalla stampa nel 2008


Annegamenti riportati dalla stampa nel 2009


Annegamenti riportati dalla stampa nel 2010

Anno 2012 - Rapporto ISTISAN 12/23

Nel 2012 viene pubblicato il Rapporto ISTISAN 12/23 dal titolo "Annegamento e pericoli della balneazione".


Viene sottolineato che i casi di annegamento che possono essere riportati attraverso l’esame degli articoli degli organi di stampa sono ampiamente sottostimati. Nel 2010 sono stati riportati dalla stampa consultata tramite "Google News" solo 148 casi di annegamento. Nel 2011 ne sono stati riportati 240. Le cifre non corrispondono con i numeri pubblicati dall'ISTAT.


Sulla base dei dati di mortalità ISTAT nel 2008 sono stati registrati in Italia 426 casi di mortalità per annegamento.

I dati mostrano come il fenomeno sia concentrato essenzialmente tra il genere maschile (81%). L’età media alla morte è risultata di 48,6 anni (sd±22,98), mentre l’età mediana è risultata essere di 50 anni.

Nei bambini fino a 13 anni il rapporto M/F è molto vicino ad 1, il che significa che per ogni femmina che muore annegata si conta altrettanto generalmente un maschio. Nei giovani (14-29 anni) questo rapporto si impenna repentinamente (8,4) ed esplode letteralmente tra i giovani-adulti ove per ogni persona di sesso femminile che muore se ne contano quasi 16 di sesso maschile. Poi il rapporto torna a scendere tra gli adulti-maturi, per poi dimezzarsi ulteriormente negli anziani ove si tornano a contare solo due uomini per ogni donna che annega.

Questa diversa distribuzione del rapporto di mortalità mette in evidenza come le dinamiche sottese a questi eventi sono differenti per classe di età. Per i bambini si tratta evidentemente di un problema connesso alla mancanza di attenzione da parte degli adulti, cosa che colpisce indistintamente tanto i maschi quanto le femmine. Dall'adolescenza in poi le dinamiche tra maschi e femmine cambiano, con una maggior esposizione al rischio da parte dei primi dovuta ad aspetti di carattere sociale.


Più di un soggetto su 5 (20,9%) tra coloro che sono annegati è risultato essere non residente in Italia. I casi attribuiti a tedeschi e francesi si sono verificati chiaramente durante periodi di vacanza balneare, tutti in luoghi tipicamente frequentati dal turismo estivo, mentre i soggetti residenti in Romania e Marocco hanno riportato eventi maggiormente distribuiti da un punto di vista territoriale ove non sono presenti aree balneabili. Tuttavia, una analisi più approfondita rivela come questo genere di eventi sia meno caratterizzato dalla “migrazione” delle persone di quello che verrebbe da pensare e, invece, molto ancorato alla “stanzialità” o al luogo ove si risiede.


Un altro problema che merita particolare attenzione è quello degli annegamenti nei tentativi di salvataggio: nel 2010 sono stati riportati 5 casi, mentre nel 2011 sono 12.

Anno 2016 - Rapporto ISTISAN 16/10


Nel 2016 viene pubblicato il Rapporto ISTISAN 16/10 dal titolo "Incidenti in acque di balneazione: verso una strategia integrata di prevenzione degli annegamenti".


Dal 1969 al 2012 in Italia risultano decedute per annegamento 29.871 persone, per l’82% maschi. Osservando l’andamento della mortalità nel complesso è possibile constatare che il fenomeno si è ridotto abbondantemente, passando da circa 1200-1300 morti/anno degli inizi degli anni ‘70 a poco meno di 400. Dal 1995 al 2012 il numero di circa 400 annegamenti per anno è rimasto costante.


Nel periodo considerato, gli annegamenti hanno mostrato dunque una marcata riduzione in entrambi i generi per tutte le classi di età. In termini di tassi standardizzati in generale si è avuta una diminuzione complessiva del 72,6%, un po’ più marcata per i maschi (-73,5%) e appena più lieve per le femmine (-70,0%).


Addirittura per i bambini al di sotto dei 14 anni la diminuzione dei tassi è stata del 90%, grazie evidentemente all’effetto combinato di vari fattori quali l’informazione, la prevenzione, la capacità di nuotare e un maggior controllo da parte degli adulti.


L’annegamento è un fenomeno che riguarda tutte le classi di età anche se appare evidente che è tra i giovani (15-34 anni) che si presenta con la massima incisività in termini assoluti, con circa ¼ del totale delle morti registrate nel triennio 2010-2012.

In termini assoluti, invece, le regioni che hanno contribuito maggiormente a questa triste casistica sono state la Lombardia (432 morti), il Veneto (344 morti) e l’Emilia Romagna (201 morti).

In circa 7 casi su 10 si tratta di cittadini italiani, per il resto si tratta di cittadini stranieri, turisti o residenti (temporaneamente o permanentemente) in Italia. Nel corso degli ultimi anni, la popolazione straniera residente in Italia è aumentata considerevolmente;  i dati relativi agli annegamenti dei cittadini stranieri riportati sono congruenti con la distribuzione degli stranieri residenti in Italia. Un discorso a parte va invece fatto per i turisti che frequentano soprattutto in estate le spiagge italiane.

Negli ultimi 40 anni gli annegamenti degli stranieri sono aumentati della metà, passando da una media di circa 50 annegamenti negli anni ’70 ad una media di circa 75 annegamenti/anno osservati a partire dal 2000.


Per i casi di annegamento non-fatale va fatto un discorso diverso. In Italia, non esiste un vero e proprio registro nazionale degli annegamenti, per cui monitorare questa realtà non è facile; tuttavia è possibile reperire numerose informazioni utili nelle Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO) che annoverano le informazioni relative ad ogni paziente dimesso dagli istituti di ricovero pubblici e privati in tutto il territorio nazionale.  Un limite di questa fonte è che non è presente, come nel caso dei dati di mortalità, la causa esterna.


Il calcolo di quanti soggetti sopravvivono a questi eventi si definisce Survival Risk Ratio (SRR) ed è espresso attraverso la seguente formula:

Facendo riferimento al periodo 2006-2012, secondo i dati risulta che per ogni soggetto che muore ve ne sono 1,16 che non muoiono e vengono, invece, ricoverati.

In sostanza, più o meno una volta su due, quando si è in presenza di un evento che sottende la dinamica dell’annegamento, il soggetto interessato muore.


I dati riportati dalla stampa, come già detto, non sono completi in termini quantitativi come i dati ISTAT, ma permettono di capire la dinamica degli incidenti e in quali corpi idrici sono avvenuti, di conoscere luoghi, cause, modalità e tempistica.

Nel 2014, su 278 articoli che hanno riportato episodi fatali di annegamento poco più della metà di questi sono avvenuti in mare.



Anno 2023 - Rapporto ISTISAN 23/15


Nel 2019 viene costituito presso l'ISTISAN l'Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione; un organismo che si avvale di esperti provenienti da diverse istituzioni, con l'obiettivo di analizzare e comprendere le cause degli annegamenti nel Paese, al fine di sviluppare strategie efficaci per la loro prevenzione.


Nel 2023 l'Osservatorio pubblica il primo rapporto, il Rapporto ISTISAN 23/15, incentrato sugli annegamenti lungo i litorali marittimi.


Viene qui evidenziata la sostanziale differenza nel catalogare gli episodi di annegamento secondo criteri sanitari o secondo gli aspetti tecnici. L’annegamento, infatti, non è una malattia, ma la conseguenza patologica di un incidente: un evento inatteso che interrompe la regolarità di un’azione provocando un danno più o meno grave.


Nel report sono stati presi in considerazione i casi di morte per annegamento nel periodo 2016-2021, considerando all'interno del range le anomalie delle cifre dovute al periodo della pandemia del COVID-19.


La composizione del dato totale degli annegamenti in base ad una serie di voci che li individuano in corpi idrici, contesti e gruppi sociali diversi indica la struttura complessiva di questo fenomeno.

Negli ultimi decenni lo sviluppo economico ha dato la possibilità di imparare a nuotare, di promuovere sistemi di sorveglianza e di primo intervento in molte aree di balneazione, di divulgare informazioni di base di prevenzione. Tuttavia il numero degli annegamenti negli ultimi decenni è rimasto alquanto stabile, anche se ne è cambiata la composizione al suo interno.


In Italia le persone che annegano durante l’estate sono quasi i ¾ del totale, poco meno di 300 casi su 400. Vittime di annegamento sono persone che frequentano per svago la spiaggia del mare o dei laghi, impianti natatori o vanno a fare il bagno nei fiumi.


Negli ultimi anni è diventata consistente la percentuale degli immigrati che muoiono per annegamento soprattutto perché non sanno nuotare. Muoiono molti maschi rispetto alle femmine, si annega soprattutto nelle spiagge libere, dove raramente sono presenti sistemi di sorveglianza, muoiono gli anziani per malori, muoiono i non-nuotatori che passeggiando in acque basse si trovano improvvisamente a non toccare il fondo, muoiono anche i nuotatori se si trovano nel mezzo di una corrente di ritorno senza esserne consapevoli. Si muore per cadute da imbarcazioni o da scogli. Muoiono ancora i bambini per mancata sorveglianza.


Sulla costa gli annegamenti di non-nuotatori avvengono per lo più a mare calmo, e in tal caso la correlazione tra incidenti di annegamento e affollamento della spiaggia è molto forte. Invece è durante le mareggiate che si rilevano picchi di annegamento dovuti alle correnti di ritorno, episodi che si accorpano nella maggior parte dei casi su spiagge dove non è presente il servizio di sorveglianza e salvataggio: alla fine dell’estate, due o tre mareggiate in più possono fare la differenza sul totale delle vittime per quell'anno.


L’Italia appartiene a quei Paesi ad alto reddito che hanno debellato l’annegamento come piaga sociale. Tuttavia 400 vittime all'anno restano troppe per un Paese ricco e civile, soprattutto perché molti di questi, con una politica più accorta, potrebbero essere evitati.

La riduzione del numero di annegamenti prodottosi per trent’anni, fino allo scadere del secolo, sarebbe evidentemente continuato. Il plateau di circa 400 vittime l’anno si mantiene grazie al contributo di questi due fattori: invecchiamento della popolazione e immigrazione.


L'incidenza degli annegamenti improvvisi, dovuti a malori in acqua, è aumentato negli ultimi decenni. La correlazione tra l’età e l’annegamento per malore è fortissima e comincia dai 60 anni in su (complessivamente l’88% del totale, in questo tipo di annegamento). Tra gli incidenti per malore le principali cause risultano essere cardiopatie e crisi epilettiche.


Alla fine del secolo passato circa il 40% degli annegamenti totali erano ancora per lo più di italiani che non sapevano nuotare. Oggi contribuiscono gli immigrati per circa il 60% dei casi in cui ad annegare è una persona che non sa nuotare. La quasi totalità degli annegamenti degli immigrati sono annegamenti di non-nuotatori che ignorano le norme più elementari della sicurezza in acqua; si tratta di popolazioni che non hanno, a livello di massa, l’opportunità sociale di imparare a nuotare e la cui cultura, anche se residenti in Italia, non prevede ancora la norma di portare i propri figli a scuola nuoto (il che spiega come le vittime siano anche di seconda generazione).


Anche nelle acque interne in genere le vittime di annegamento sono stranieri originari di zone continentali lontane dal mare, quali, a differenza degli italiani, conservano come retaggio della loro cultura una maggiore dimestichezza con l’idea di fare il bagno nei corsi d’acqua, nei bacini artificiali, nelle cave, negli stagni, nei canali.


  • Nei fiumi la maggior parte degli immigrati che annegano sono giovani (sotto i 30 anni) da poco in Italia, ma anche immigrati di prima o seconda generazione.


  • I laghi hanno sviluppato un turismo balneare confrontabile con quello marino, almeno per la tipologia di bagnanti che li frequenta, e pertanto lo stesso vale per il rapporto percentuale tra i gruppi sociali che vi annegano.


  • Nei canali ad annegare sono principalmente giovani stranieri, per le stesse motivazioni già rimarcate, e gli italiani anziani che ci finiscono per caduta accidentale.

Anno 2025 - Pre-print del secondo rapporto


Nel 2025 viene prodotto il pre-print del secondo rapporto, dove stavolta viene fatto un focus sugli annegamenti di bimbi/adolescenti e sugli incidenti fatali legati alle piscine.


Per annegamento, in riferimento alla fascia di età 0-19 anni, si hanno in media ogni anno circa 40 decessi e 130 ricoveri. La maggior parte dei decessi per questa fascia di età si ha nel Nord Italia.


Per i soggetti fino ai 10-11 anni le cause degli incidenti risultano la caduta accidentale, la difficoltà in acqua e la mancata supervisione (oltre a malori, tuffi, ecc). Una delle cause più comuni di annegamento infantile è la mancata o inadeguata supervisione da parte degli adulti. Secondo uno studio americano, in questi casi è stata trascurata la sorveglianza da parte del genitore poiché questi era distratto a parlare con qualcuno, sorvegliare un altro bimbo, leggere, mangiare, usare il cellulare, rilassarsi o bere.



Nel contesto della balneazione annega nelle piscine il 9% delle vittime, nelle spiagge marine il 58%, nelle acque interne (laghi, fiumi, canali) il 32%. Un altro centinaio di vittime si localizza invece in un contesto che non ha a che fare con la balneazione.


Le piscine risultano il principale corpo idrico in cui avvengono gli annegamenti in età infantile, e viene evidenziato come il numero degli episodi cambi in base alla destinazione d'uso delle vasche.


Gli incidenti in piscina sono rari, ma caratterizzati da forte letalità (pochi episodi, ma buona parte di questi con esito fatale). Il problema dell'annegamento nelle piscine è soprattutto di natura attentiva. In Italia ogni anno ci annegano circa 25 persone, di cui la metà bambini.

Conclusioni


Dagli anni '70 alla fine degli anni '90 la media delle morti per annegamento è passata da 1300 casi/anno a 400. Questo calo è associabile principalmente alla diffusione della cultura natatoria e allo sviluppo dei servizi di sorveglianza e salvataggio.


Tuttavia, da allora i numeri sono rimasti stabili, poiché a mantenere intatta questa triste cifra negli ultimi anni contribuiscono due categorie: gli stranieri (non solo turisti, ma soprattutto residenti sul territorio), carenti della più basilare conoscenza dei contesti acquatici, e gli anziani (invecchiamento della popolazione), soggetti a rischio per malori in acqua.


I numeri ufficiali sugli annegamenti sono pubblicati dall'ISTAT, quali utilizza come fonti le schede di morte e le schede di dimissione ospedaliera, catalogando questi episodi secondo i criteri dell'ICD-10. Questo tipo di classificazione, purtroppo, non fornisce informazioni importanti come il contesto, le cause e il corpo idrico in cui avvengono gli eventi.


Per ovviare a ciò, un'alternativa è quella di reperire gli articoli in merito pubblicati dalla stampa, tuttavia, questi sono attendibili per alcuni aspetti (morte del soggetto, età, sesso, nazionalità, luogo), ma meno per altri (dinamica dell'evento, capacità natatoria della vittima, comorbidità, qualità del soccorso) e oltretutto il numero di articoli risulta inferiore rispetto alle cifre ufficiali poiché probabilmente alcuni episodi non vengono raccontati (ad esempio i casi di morte in ospedale secondaria ad un annegamento).


Mediamente ogni anno vengono dimessi dall'ospedale 400 pazienti a seguito di episodi di annegamento. Praticamente per ogni persona che muore ce n'è una che sopravvive. In queste cifre, tuttavia, non è considerato il grande numero di persone che sopravvivono ad un incidente di annegamento senza necessitare dell'ospedalizzazione.


L'annegamento colpisce tutte le fasce d'età, seppure per condizioni e contesti differenti.

In età infantile l'annegamento avviene soprattutto nelle piscine, per mancanza di sorveglianza, ugualmente tra entrambi i sessi. Tra adolescenti e adulti ad annegare sono invece principalmente i maschi. Negli anziani il rapporto tra uomini e donne diventa 2:1.


I casi si dividono quasi equamente tra acqua salata (specialmente sottocosta) ed acqua dolce (fiumi, laghi, canali, piscine). Soltanto un quarto di questi accadimenti avviene durante l'anno al di fuori del contesto balneare.

Fonti


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