• Davide Gaeta

LIFEGUARD & ACQUAPARK: intervista ad Andrea Amore

Aggiornato il: mar 24

Le possibilità di lavoro, una volta acquisito il brevetto, sono tante, molto variegate e spesso distanti tra loro. Lavorare su un beach break, su una pocket beach, in un piccolo stabilimento, su una spiaggia pubblica, e così via, sono tutte esperienze totalmente differenti.

Questo vale anche per le acque interne: piscine pubbliche, vasche di alberghi, impianti attrezzati, strutture sportive, ognuno presenta caratteristiche molto diverse, tuttavia probabilmente in quest'ambito lo scenario più complesso resta quello dell'acquapark.

Ne parliamo con Andrea Amore, Responsabile del Servizio di Sorveglianza e Salvataggio di Hydromania, acquapark della Capitale, tra i più noti in Italia.

Andrea è un ragazzo molto scrupoloso, con un bagaglio formativo sul settore molto ampio ed in continua espansione. Ricordo alcuni anni fa, quando fece diverse centinaia di chilometri per seguire un mio corso sulla Somministrazione di Ossigeno nelle Emergenze Acquatiche, formazione importantissima visto l'ambiente in cui opera.


Dopo anni di lavoro nel nuoto e nel salvamento, in diverse tipologie di impianti natatori, ha maturato un'esperienza che l'ha portato ad un ruolo di coordinamento. Con questa intervista condivide le sue riflessioni sul settore degli acquapark.

Come è strutturato il ruolo del Responsabile del Servizio di Sorveglianza e Salvataggio di un acquapark?

Questa figura è un team-leader, una sorta di allenatore: coordina i lifeguard assegnando loro le postazioni attraverso un'analisi costante del loro rendimento, vigila e valuta il loro comportamento e li aiuta a sviluppare le competenze necessarie per affrontare al meglio il lavoro.

Prima di arrivare a ricoprire questo ruolo, è stato fondamentale, negli anni precedenti, sviluppare e migliorare le mie capacita operative e comunicative, poiché per imporsi in un gruppo molto numeroso bisogna per prima cosa essere credibili.

Quali sono, in generale, le particolarità del lifeguarding, quando connesso ad un ambiente specifico come l'acquapark?

È un attività altamente specifica: parlare di acquapark non significa parlare di piscine (anche se ovviamente ci sono delle similitudini), bensì di un piccolo mondo con le sue peculiarità.

In generale parliamo di un un'attività in cui la preparazione fisica è poco influente, basta pensare che nelle varie attrazioni le vasche non superano i 120/150 cm di profondità, e un eventuale intervento avviene nel raggio di non più di dieci metri dalla propria postazione.

Al contrario, la capacità di fare sorveglianza assume un valore e un livello di difficoltà notevole!

Migliaia di visitatori ogni giorno, con una percentuale di minori non-nuotatori elevatissima, architettura delle strutture natatorie inusuale e variegata: questi fattori rendono tali ambienti molto insidiosi, e fanno degli addetti al salvataggio del parco dei soccorritori specificamente preparati.

Oltre alla classica (e non chiarissima) normativa vigente in merito alla sorveglianza delle piscine tradizionali (Accordo Stato-Regioni 16.01.2003, ecc), per quanto riguarda gli acquapark esistono delle ulteriori indicazioni (ad esempio prevedere un operatore per ogni attrazione, o qualcosa del genere)?

La confusione normativa delle piscine italiane è cosa nota purtroppo; per quello che riguarda gli acquapark la situazione è ancora più complessa!

Prima dell'inizio della stagione, la struttura viene "ispezionata" da una commissione formata da esperti di più settori, quali approvano l'apertura dell'impianto e le relative condizioni.

Per questo motivo non è possibile tracciare un quadro della situazione uniforme per tutti, ogni struttura ha un suo regolamento interno e ne risponde in maniera autonoma.

Il sistema anglo-sassone ha un protocollo molto dettagliato per quanto riguarda la sorveglianza delle piscine. Vedi la Regola 10-20, o il continuo turn-over previsto da organizzazioni come l'American Red Cross. Tu cosa consigli affinché resti alta la soglia di attenzione durante tutta attività?

Ti fornisco il mio punto di vista. Per essere efficaci nella sorveglianza bisogna partire dalla teoria:

  • conoscere il tempo ideale entro cui effettuare lo scanning (esplorazione visiva attiva) della vasca in base alle tempistiche dettata dall'annegamento e a come questo si manifesta;

  • conoscere le categorie a rischio e quindi stabilire una "scaletta" di priorità;

  • saper adattare queste nozioni all'architettura delle vasche, individuando le zone di rischio maggiore (scalini, insenature, punti ciechi).

Dopodiché esistono delle tecniche che consentono di mantenere alta l'attenzione, ad esempio cambiare frequentemente postazione, o punto di osservazione, il tutto effettuando ripetutamente delle pause.

In ogni caso sono convinto che queste tecniche vadano utilizzate solo su lifeguard esperti e istruiti. Chi si trova alle prime armi, e vuole specializzarsi in questo ambiente, deve fare ore e ore di sorveglianza, possibilmente dalla stessa postazione, raggiungendo livelli di stress mentale elevati.

Naturalmente il tutto in modo supervisionato e gestito, cosi da ottenere in risposta alle difficoltà un aumento delle capacità di attenzione e quindi di sorveglianza.

Differentemente da uno stabilimento tradizionale, dove la clientela è tendenzialmente fissa, negli acquapark c'è un ricambio giornaliero di utenza. Questo probabilmente significa trovarsi quotidianamente avanti, tutti i giorni, persone che vogliono sfrenarsi il più possibile in quella giornata, a differenza della clientela fissa che è indottrinata ai corretti comportamenti. Ciò comporta stress e difficoltà per lo staff adibito a sicurezza e sorveglianza?

Sicuramente il massiccio ed eterogeneo ricambio giornaliero nella clientela è un fattore di rischio primario perché viene a mancare qualsiasi forma di abitudine o routine.

Perciò il lifeguard deve essere immediatamente in grado di capire chi ha di fronte, e adattarsi di conseguenza.

A questo va aggiunto che gli acquapark all'estero godono di una fama superiore rispetto a quella nostrana per cui è estremamente elevata anche la presenza straniera.

Da dati statistici ufficiali, all'aumentare dei visitatori esteri aumentano in modo lineare i non-nuotatori, dunque la clientela media è in genere composta da soggetti a rischio medio-elevato.


Lo staff-lifeguard, in queste strutture, può essere impiegato anche per altri compiti annessi alla sicurezza (ad esempio intervallare le partenze tra un utente e l'altro agli ingressi degli acquascivoli, controllare i parametri dell'acqua, ecc), o viene utilizzato altro personale?

Nel mio acquapark il regolamento interno prevede che anche gli addetti alle partenze degli scivoli siano lifeguard brevettati, per cui gli addetti al salvataggio si distinguono in due tipologie: addetti alle partenze e addetti alle vasche.

In genere, appena assunti, è in uso iniziare come addetto alle partenze, al fine di assimilare al meglio i regolamenti delle singole attrazioni, per poi approcciarsi alla sorveglianza delle vasche, quale ovviamente richiede più esperienza.

Al di là di queste distinzioni, ogni vasca è sempre coperta da un numero prestabilito di operatori, la sorveglianza non viene mai interrotta e a questi non viene affidata nessuna mansione accessoria che li possa distrarre anche per un solo secondo.

Nelle piscine, e soprattutto negli acquapark, oltre all'annegamento, uno dei rischi maggiori è il trauma: le superfici scivolose, i comportamenti spesso scalmanati, acquascivoli, trampolini ed altre attrazioni generano non di rado episodi tristemente importanti.

Cosa può essere fatto per incrementare la prevenzione di questi incidenti e la qualità dell'intervento di soccorso, quando diventa necessario?

Questo è un argomento molto spinoso.

L'età media dei visitatori di un parco acquatico è relativamente bassa, in particolare la quota di maggioranza è rappresentata da adolescenti, categoria con una ridotta (o alterata) percezione del rischio, per cui il problema esiste eccome.

Di base è fondamentale dotare la struttura di un'efficace segnaletica (cartelli ed indicazioni varie) distribuita in diversi punti, affinché dissuada da comportamenti pericolosi.

Poi è importante che gli addetti al salvataggio comprendano il fatto che vigilare sul comportamento dei bagnanti negli spazi antistanti la vasca é parte attiva del proprio lavoro, per cui ciò va fatto in modo convinto, continuo e soprattutto con un atteggiamento intransigente. Un atteggiamento di questo tipo è la più efficace forma di prevenzione!

Su ciò che riguarda un incidente traumatico avvenuto, e quindi sul successivo intervento, devo ammettere con molto dispiacere che, a mio parere, il panorama delle varie federazioni/società non tratta il tema in modo sufficientemente esaustivo.

Bisognerebbe creare dei percorsi separati e specifici con relative certificazioni (un PHTC specifico) da proporre ai corsisti.


Racconta uno degli interventi di soccorso più eclatanti che ti sia capitato.

11 luglio 2019 (giorno del mio compleanno). Un bambino di 3 anni circa si allontana dai genitori, quali non se ne accorgono affatto; entra da solo nella piscina delle onde artificiali, e arriva in un un'insenatura poco distante dalla mia torretta (punto cieco), dove la vasca presenta una brusca variazione di profondità.

Immediatamente inizia la fase di pre-annegamento.

Nonostante il punto cieco e la vasca moderatamente affollata, noto il tutto ed intervengo in un lasso di tempo inferiore ai 7 secondi, cosa che lascia fortunatamente il bambino senza alcuna grave conseguenza. Dopo essere stato visitato dagli infermieri del parco, il bimbo si è ricongiunge serenamente con la propria famiglia.

L'anno successivo, nella stessa vasca, con un numero di utenti estremamente superiore capita di dover effettuare un salvataggio identico, nello stesso punto, in un lasso di tempo persino inferiore.

Al di là dell'orgoglio per aver salvato la vita a dei bambini, questi episodi raccontano bene quelli che sono lavoro e relative competenze di un lifeguard operativo in piscine/acquapark;

ore e ore di sorveglianza che dopo anni ti rendono in grado di riconoscere un bambino che annega, fra centinaia di persone, in pochissimi secondi.

Questo significa "specializzazione"! Un lifeguard che opera in altro ambiente non sarebbe mai in grado di riconoscere in tempi cosi rapidi un annegamento silenzioso, ed agire di conseguenza con tempestività.


Esistono, a tuo parere, delle strumentazioni che possano in qualche modo incrementare il grado di sicurezza in queste strutture?

Poiché ogni zona è sempre e comunque sorvegliata, e ogni addetto alla sorveglianza è dotato di strumenti professionali (rescue tube, rescue can, pocketmask, ecc .. ), più che ulteriori strumenti innovativi (tipo i rilevatori di caduta), credo che l'arma migliore resti un protocollo di sicurezza (partendo dal Documento di Valutazione del Rischio), studiato e redatto con largo anticipo, che garantisca ai lavoratori di operare al meglio delle proprie possibilità e metta i bagnanti a riparo da qualsiasi forma di pericolo.

Tra gli strumenti integrativi sono un grande sostenitore della cartellonistica, disponendo segnali in quanti più luoghi possibili con descritte le norme di comportamento, al fine di fruire al meglio delle attrazioni e delle piscine (questo soprattutto in questi tempi in cui è necessario integrare ulteriori norme di sicurezza in relazione alla questione pandemica).

Casi come quello avvenuto a Mirabilandia nell'Estate 2019 dimostrano che c'è ancora tanto da lavorare sulla diffusione della cultura della sicurezza acquatica, sia rispetto ai genitori/tutori che hanno in custodia i bambini, sia rispetto a gestori, responsabili ed operatori dei servizi di sorveglianza. In Italia cosa potrebbe essere migliorato, riguardo a queste tematiche, in merito al mondo della balneazione nei grandi impianti?

Rimasi molto scosso da quell'episodio. In primis a livello umano. Sono un un istruttore di nuoto, passo con i bambini gran parte del mio tempo, i salvataggi più importanti li ho effettuati su quella fascia d'età, per cui comprendo la drammaticità dell'episodio.

Da quello che ho potuto leggere sull'episodio, scaturiscono delle riflessioni su due punti:

  1. La negligenza dei genitori. Sia chiaro che la morte di un figlio è già la pena più severa, per cui l'inutile accanimento sarebbe insensato. Però c'è da contestare il fatto che manchi la cultura e la necessaria educazione delle famiglie al corretto approccio con gli ambienti acquatici. Il fatto che questo avvenga in un Paese a forte vocazione acquatica fa ancora più rabbia! Bisognerebbe integrare percorsi di apprendimento specifici in materia già nelle strutture scolastiche, come avviene in Australia.

  2. Il ruolo dei bagnini. Testate giornalistiche autorevoli riportarono la notizia che gli inquirenti avessero sequestrato i cellulari degli addetti al salvataggio, pratica già nota, per individuare attraverso accessi ai social o registro chiamate eventuali distrazioni, e quindi negligenze. Ciò ci può far riflettere sulla centralità della sorveglianza, la cui qualità viene indagata come primo fattore in caso di tristi episodi. Nel mio parco abbiamo tolleranza zero su questo punto, qualsiasi elemento di distrazione viene visto come un pericolo enorme, e la tolleranza è nulla nei confronti di quei lifeguard che mettono in atto comportamenti che li possano distogliere dalla sorveglianza delle vasche. Come mi hanno insegnato i miei responsabili, prima che io rendessi il loro posto, "la sorveglianza é sacra!"

Un acquapark sicuramente è soggetto a regole di sicurezza stringenti, con un'organizzazione volta alla tutela dei bagnanti. Non è per forza un angolo di paradiso, in cui tutto deve obbligatoriamente andare bene.

È un ambiente con i suoi pericoli intrinseci, purtroppo con una cronostoria di diverse tragedie alle spalle che ne sono la dimostrazione: lavoratori e utenti non dovrebbero mai dimenticarlo.


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