• Davide Gaeta

La CATENA UMANA nel salvataggio

Aggiornato il: 7 dic 2020

I pericolanti generalmente non annegano a grandi distanze dalla costa e l'idea di soccorrerli creando con i presenti una catena umana, che parta dalla battigia e raggiunga il target, è stata adottata più volte.

Funziona? E soprattutto, è pericoloso?

Entrare in acqua espone sempre ad un alto rischio e lo evidenzia il fatto che qualcuno in quella occasione ci sta rimettendo la pelle. Entrare in acqua poi se non sei un professionista bensì un semplice occasionale di passaggio configura un rischio maggiore. Mettere in questa condizione un gran numero di persone è conseguentemente un altissimo rischio.

La human chain funziona male perchè gli "anelli della catena sono deboli". L'acqua superata l'altezza delle ginocchia spinge su una superficie troppo ampia per mantenere l'equilibrio, mentre superata l'altezza del bacino la stabilità viene annullata dal galleggiamento.


C'è da aggiungere che coordinare troppe teste non è semplice. In un momento delicato come un salvataggio la comunicazione è spesso difficile anche in un piccolo team affiatato, figuriamoci con un gruppo numeroso arrangiato.


Questo non vuol dire che la catena non funzioni a prescindere, vuol dire che come sempre è preferibile che il soccorso venga gestito esclusivamente da personale qualificato. In ogni caso, qualora dovesse essere realizzata, teoricamente l'ideale sarebbe per ogni individuo girarsi "di taglio" all'onda, offrendo meno sezione frontale possibile, ed intrecciare le braccia con gli altri tenendo a contatto le pieghe dei gomiti; qualora fosse necessario "allungarla" con le braccia distese, preferire una presa salda ai polsi anziché alle mani.




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