• Davide Gaeta

TRAUMA CARE, FIRST AID, BLEEDING CONTROL: intervista a Medicina Tattica Italia

Aggiornato il: mar 30

Qualunque soccorritore, di qualsiasi ambito, deve possedere nel proprio bagaglio delle competenze di carattere sanitario. Questo vale anche per il soccorritore acquatico.

Primo soccorso, gestione delle emorragie massive e dei politraumi, conoscenza di protocolli e utilizzo dei devices. Tutto questo è la base a cui spesso, purtroppo, viene lasciato poco spazio durante i percorsi formativi nei diversi rami del soccorso tecnico.

Ho scelto di introdurre questo tema con dei veri esperti del settore, lo staff di Medicina Tattica Italia, molto conosciuti nell'ambito della formazione per i loro corsi altamente tecnici, e soprattutto per le attività simulative praticamente reali!

Che cos'è Medicina Tattica Italia, come è strutturata e come opera?

Medicina Tattica Italia è un team altamente specializzato che si avvale della competenza di medici, infermieri e sanitari sia civili che militari.

La missione di Medicina Tattica Italia è la formazione di tutto il personale coinvolto nella gestione di un'emergenza sia esso sanitario o laico, civile o militare. Lo scopo dei nostri corsi è quello di proporre una strategia di intervento comune ai differenti operatori in modo tale che, anche in ambiente operativo (ambiente caratterizzato da rischio elevato e da difficoltà nel soccorso dei feriti), tutte le figure coinvolte riescano ad eseguire le procedure proposte dalle linee guida internazionali del Tactical Emergency Casualty Care (TECC) e del Tactical Combat Casualty Care (TCCC) in maniera uniforme e secondo le proprie competenze.

Date le caratteristiche intrinseche della medicina tattica (versatilità e adattabilità a differenti ambienti operativi), e, dati i risultati evidenziati in letteratura, il nostro obiettivo secondario è insegnare questo tipo di approccio in modo tale da ottenere l’applicazione di un trattamento adeguato, standardizzato e precoce.

Per questo abbiamo scelto di analizzare, adottare e divulgare quanto riportato nelle linee guida emanate dal Committee of Tactical Combat Casualty Care (Co-TCCC) e dal Committee of Tactical Emergency Casualty Care (C-TECC), ente americano dal quale siamo stati riconosciuti come educational partner.

Partiamo dalle definizioni di base di questa materia: cosa si intende per Bleeding Control, First Aid e Trauma Care?

Iniziamo con il definire il Bleeding control, che in italiano si tradurrebbe con controllo delle emorragie, come un insieme di procedure volte a cercare di fermare una emorragia, una perdita di sangue, indipendentemente dalla sua gravità o dalla sua entità.

Il First aid, che in italiano si tradurrebbe con primo soccorso, come assistenza immediata fornita a qualsiasi individuo colpito da qualsivoglia patologia indipendentemente dal grado di gravità della stessa.

Tutti gli interventi di primo soccorso dovrebbero essere svolti in modo tale da preservare lo stato di salute, evitare un peggioramento delle condizioni cliniche o favorire la guarigione.

Il Trauma care, che in italiano si tradurrebbe con trattamento del paziente traumatizzato, da ultimo, può intendersi come l’insieme di procedure, attività e trattamenti sanitari da mettere in atto in caso di evento traumatico.


Le procedure, le attività e i trattamenti medici poc’anzi citati, solitamente, trovano un fondamento scientifico, grazie ai risultati ottenuti da estesi e prolungati studi incentrati sul trattamento del paziente traumatizzato.

L’insieme delle procedure, delle attività e dei trattamenti medici (e dei relativi studi scientifici su cui sono fondati) vengono pubblicati e riassunti, con cadenza prestabilita, in documenti specifici chiamate “Linee guida.

Seguendo quanto sin qui enunciato si può capire come il “Trauma care” possa andare a comprendere il “First aid” che a sua volta potrebbe comprendere il “Bleeding control”, essendo l’ultimo una parte specifica del secondo e del primo.

Qualunque soccorritore tecnico (acquatico, su corda, in ambiente impervio, militare, ecc), quindi non sanitario, è tenuto ad avere delle competenze su primo soccorso, gestione di politrauma ed emorragie massive. Per quanto riguarda queste figure, come andrebbe impostata la formazione?

A noi piacerebbe uscire dal legislativo puro, nel senso che ci piacerebbe che i soccorritori abbiano maggior consapevolezza del contesto in cui operano e dei protocolli che scelgono di utilizzare indipendentemente dal fatto che ci siano degli obblighi legislativi particolari. Troviamo perlomeno strano che in Italia molti professionisti, inclusi quelli del soccorso, acquisiscano competenze e/o certificazioni solo perché obbligati da qualche norma.

Detto ciò noi riteniamo fondamentale che un soccorritore abbia le conoscenze e l’addestramento necessario per poter mettere in pratica tutti gli algoritmi di soccorso utili a gestire le situazioni e i pazienti nei contesti in cui opera.

Riteniamo che questa formazione debba essere messa a disposizione, in dipendenza da ciò che possono fare secondo le norme di legge, sia ai laici sia ai sanitari in modo tale che, qualora questi si trovino a lavorare a stretto contatto, l’uniformità di approccio possa aiutare a minimizzare i tempi di risposta e a fluidificare l’intervento (grazie all'utilizzo di procedure, device e linguaggio comuni a tutto il team).

Ci teniamo a specificare che con questo non vogliamo sottintendere che dei tecnici mettano in atto manovre riservate al personale sanitario ma che, questi ultimi, sappiano fare tutto ciò che un tecnico possa (per legge) attuare per tenere in vita un paziente e magari riconoscere tecniche e procedure sanitarie in modo tale da poter essere d'aiuto al personale specializzato accorso per gestire l’evento medico o traumatico.

Invece, per ciò che concerne il personale sanitario, in particolare quello impiegato in ambiente extraospedaliero, quali sono le vostre indicazioni sugli aspetti formativi specifici?

Rispondere a questa domanda è abbastanza semplice, basta rileggere quanto appena risposto e ribaltare il tutto sui sanitari. In particolare, da quanto ci è dato sapere e da quanto abbiamo potuto constatare, in Italia sono molto più diffuse le agenzie/gli enti (sia pubblici che privati) capaci di erogare formazione per la gestione e per il trattamento del malato colpito da evento medico (arresto cardiocircolatorio causato da infarto, ipotermia, squilibrio elettrolitico, embolia polmonare, ecc) piuttosto che quelle capaci di insegnare il trattamento del paziente traumatizzato.

Continuando ad analizzare questo aspetto, al meglio delle nostre conoscenze, quasi nessuna società di formazione ha mai analizzato nello specifico la risposta psicologica degli operatori di fronte alla gestione di pazienti complessi.

Questo ultimo aspetto, in particolar modo, dovrebbe essere preso in considerazione e approfondito maggiormente per massimizzare la risposta individuale e di gruppo di fronte a un paziente acuto in quanto, sempre più studi scientifici stanno dimostrando come le conoscenze tecniche siano assolutamente necessarie ma, per garantire un risultato eccellente, anche le capacità non tecniche (capacità di mantenere la calma e di gestire lo stress) possono avere un ruolo preponderante.

Secondo voi esistono dei devices che in questo campo sono poco utilizzati, ma andrebbero maggiormente valorizzati (tourniquet, barelle, ecc.)?

Molti devices originariamente nati per un utilizzo in ambito militare, col tempo, stanno trovando impiego anche nel mondo sanitario civile.

I tourniquet sono l’emblema di questo processo che però non si esaurisce a questo tipo di strumento. Alcuni altri strumenti nati per un utilizzo militare e successivamente introdotti nella sanità civile sono i bloccatori esofagei, i sistemi miniaturizzati per il riscaldamento dei fluidi, i sistemi chimici per il riscaldamento dei malati in ambiente extra ospedaliero, ecc.

Ma negli ultimi anni anche alcuni farmaci, appositamente pensati e ideati per il mondo militare stanno avendo una seconda vita nella sanità civile: uno tra tutti il plasma fresco liofilizzato.

La componente psicologica svolge un ruolo fondamentale nella gestione dell'emergenza. In linea col noto principio di Pareto si potrebbe dire che la preparazione fornisce il 20% delle competenze, ma è la lucidità mentale a garantire il restante 80% per la riuscita. Qual è la vostra vision in merito a questo aspetto?

La componente psicologica è sempre fondamentale in tutte le attività dell’uomo; assume ancora più importanza quando andiamo a svolgere un'attività altamente stressogena durante delle operazioni di soccorso.

Diversi studi mostrano che quando la nostra o l’altrui incolumità è a rischio la nostra fisiopatologia viene fortemente influenzata: alterazione della percezione, perdita di capacità coordinative e motorie sono solo alcuni eventi dovuti alla situazione che possono alterare il soccorso ed il suo buon esito.

Vogliamo ricordare che lavorare in uno stato di alterazione di coscienza potrebbe non solo mettere in pericolo la vita altrui ma anche quella del soccorritore.

Noi di Medicina Tattica Italia diamo molta importanza a questa componente, infatti, viene trattata come materia sia nei corsi base che in quelli avanzati (dedicati ai sanitari). Proprio per l’importanza di questo argomento, abbiamo deciso di incentrare un apposito corso di retraining sull’approfondimento della gestione dell’aspetto psicologico del soccorritore. In questo corso le tematiche vengono sviscerate ed esaminate.

Oltre a tutto quello fin qui già detto, ci preme aggiungere come questi argomenti vengano trattati da professionisti del settore e psicologi regolarmente iscritti al proprio albo professionale. Utilizziamo queste figure professionali per garantire sempre la migliore qualità possibile.

Per concludere, è bene sottolineare che, l’estremo realismo delle nostre esercitazioni inocula la giusta pressione psicologica per permettere al discente di provare sulla sua pelle uno stress il più simile possibile ad una situazione reale.

Anche il soccorso acquatico prevede naturalmente la sua parte para-sanitaria, ed è un tema che sicuramente avremo modo di approfondire.

Ovviamente il soccorso in acqua è un soccorso complesso che prevede, dato l’ambiente in cui avviene, che alcune manovre debbano essere modificate per adattarsi alla situazione. Secondo noi è necessario che un soccorritore specializzato in interventi in ambiente acquatico, oltre ad un'alta formazione professionale specificamente incentrata sull’ambiente in cui opera, debba essere preparato per fornire un supporto sanitario che non si fermi solo alla mera rianimazione cardio polmonare o all'uso del defibrillatore ma che approfondisca anche tutta la parte della gestione del paziente traumatizzato visto che, statistiche alla mano, molti incidenti in ambiente acquatico sono di natura traumatica.

Di base quali sono le differenze e le priorità tra un paziente recuperato in acqua, rispetto ad un incidente avvenuto a secco?

Come già anticipato la differenza principale consta proprio nell’ambiente in cui si opera che sicuramente può andare ad incidere su numerosi aspetti sanitari specifici.

Dal punto di vista delle priorità, invece, a nostro parere la gestione di un ferito in ambiente acquatico o terrestre non differisce di molto, in quanto il goal finale consiste sempre nella sopravvivenza del paziente.

La gestione del ferito, in altre parole, in entrambi gli ambienti, è sempre strettamente dipendente e correlata alle manovre e all’utilizzo dei device che impediscano l’esito fatale. Anche in ambiente acquatico si andranno ad utilizzare prima tutti quei presidi capaci di gestire e/o risolvere le condizioni patologiche capaci di portare al decesso in un lasso di tempo minore e successivamente altri strumenti atti a gestire le condizioni morbose capaci di portare a morte in un lasso di tempo maggiore.

Spesso i protocolli di gestione delle emergenze inerenti le emorragie massive vengono traslati dal mondo militare a quello civile. Analogie e differenze tra i due ambienti?

Negli anni passati i due protocolli, quello militare e quello civile, hanno convissuto parallelamente senza contaminazione reciproca.

Tre sono stati gli eventi fondamentali che hanno fatto sì che le conoscenze apprese dai militari potessero essere apprese e messe in pratica anche nel mondo civile: la nascita del C-TECC nel 2011, la sparatoria alla scuola elementare Sandy Hook a Newtown nel 2012 e l’attentato alla maratona di Boston del 2013.

Il C-TECC (Committee for Tactical Emergency Casualty Care) è l’organismo responsabile della creazione e della revisione delle linee guida TECC (Tactical Emergency Casualty Care).

Il C-TECC nacque dall’unione spontanea di più professionisti appartenenti sia al mondo militare sia al mondo civile con lo scopo di mettere a disposizione del mondo sanitario civile le nozioni, i protocolli e le procedure apprese e validate in ambiente militare. Il C-TECC ha prodotto ad oggi più versioni (e relativi aggiornamenti) di linee guida atte a favorire il soccorso di pazienti traumatizzati a seguito di evento non convenzionale (sparatorie, traumatismi maggiori) o in ambiente non convenzionale (medicina di alta montagna o a medicina a basse risorse).

La sparatoria alla scuola elementare Sandy Hook, invece, ha favorito la riunione di più agenzie statali americane attorno ad uno stesso tavolo con conseguente creazione di un comitato responsabile della redazione di linee guida atte a migliorare e implementare il tasso di sopravvivenza della popolazione civile in caso di attentati o sparatorie. Le linee guida prodotte in quell’occasione presero il nome di “Hartford consensus”.

Queste linee guida, e le seguenti revisioni approvate dall’American College of Surgeon, ebbero, all’inizio, poca fortuna e furono accolte dal mondo scientifico in maniera abbastanza fredda.

Solo a seguito dell’attentato alla maratona di Boston (l’anno seguente) il mondo scientifico, il mondo medico e istituzionale, presero atto dell’esistenza di questo accordo inter-dipartimentale (oltre che dell’esistenza del C-TECC) che da semplice atto formale divenne base di partenza per progetti concreti incentrati sulla formazione della popolazione e dei sanitari.

Fatta questa premessa e spiegata la nascita delle linee guida civili, risulta abbastanza evidente come le differenze siano essenzialmente legate all’ambito di applicazione e alla gestione della scena di un evento traumatico.

Se in ambiente militare è compito dei soldati garantire sia la sicurezza che il salvataggio del ferito (compagno d’armi) in ambiente civile, solitamente, questi due compiti dovrebbero essere svolti da professionisti del settore e quindi da più figure differenti (a meno che il ferito sia esso stesso membro di un ente adibito a garantire la sicurezza come i Vigili del Fuoco o la Polizia).

Per quanto riguarda queste tematiche, a vostro parere, qual è lo status attuale della formazione in Italia? E all'estero?

In Italia, purtroppo, l’insegnamento delle regole fondamentali proprie della medicina tattica è ben poco diffuso. Le motivazioni sottostanti a questo scarso interesse comprendono più motivazioni tra cui: la percezione, da parte del pubblico, di come la medicina tattica sia di stretto interesse militare, il preconcetto che le procedure di origine militare non possano essere messe in pratica in ambito civile e la convinzione che determinati e specifici strumenti (tourniquet, garze imbevute di farmaco, ecc.) non siano disponibili se non per pochi addetti ai lavori.

All’estero, viceversa, la medicina tattica è un argomento attuale e dibattuto sia in ambito clinico che in ambito universitario, prova ne sono i numerosi articoli scientifici pubblicati su giornali internazionali incentrati sulla valutazione di procedure tipicamente utilizzate in ambito “tattico”.



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