• Davide Gaeta

CALCOLO DEL RISCHIO nelle emergenze acquatiche

Aggiornamento: 8 dic 2021

Nel mondo del lavoro (ma anche del volontariato) e quindi pure del soccorso è ormati ben noto a tutti il Testo Unico Salute e Sicurezza Lavoro 81/08 (D.lgs 9 aprile 2008, n. 81).

Proprio da questo documento vado ad estrarre alcune definizioni indispensabili per comprendere determinati concetti.

Prevenzione: il complesso delle disposizioni o misure necessarie anche secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la  tecnica, per  evitare o diminuire i  rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell'integrità dell'ambiente esterno
Valutazione dei rischi: valutazione globale e documentata di tutti i  rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell'ambito  dell'organizzazione in cui essi prestano la propria attività,   finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e di protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza
Pericolo: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni
Rischio: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione

Quest'ultimo è dato dalla formula: RISCHIO = MAGNITUDO X PROBABILITÀ

  • Per magnitudo si intende la grandezza del danno che un singolo evento può apportare.

  • Per probabilità si intende appunto quanto sia ipotizzabile che l'evento accada.

Secondo la normativa di riferimento ad entrambi i valori si può attribuire un valore che va da 0 a 4. Sulla base di ciò è possibile realizzare una matrice del rischio.

Nelle caselle con cifre basse il rischio è accettabile (si parla di rischio tollerabile o rischio non significativo). Se invece si finisce nella zona colorata di rosso la soglia di accettabilità del rischio è stata oltrepassata e quindi si può procedere soltanto nel caso in cui sia possibile applicare delle strategie che possano andare a ridurre, in un modo o nell'altro, il rischio:

  • Scelta delle procedure operative - Tutto deve essere ponderato e non lasciato al caso. Un soccorso di qualità è efficace, appropriato ed efficiente;

  • Protezione collettiva - Tutti i sistemi progettati a monte per garantire sicurezza alle persone, oltre all'impiego dei DPC (dispositivi di protezione collettiva). Per un team di soccorritori acquatici questi possono essere ad esempio le dotazioni nautiche;

  • Protezione individuale - Impiego dei corretti DPI (dispositivi di protezione individuale) che l'operatore è tenuto ad utilizzare per quella specifica attività. Quelli per l'autoprotezione in ambiente acquatico sono casco, aiuto al galleggiamento, protezione termica e così via.

A seguito dell'applicazione di quanto elencato rimane comunque un rischio residuo, visto che la sicurezza totale al 100% difficilmente può essere garantita.


Per quanto concerne i diversi scenari incidentali, il rischio acquatico può essere:

  • diretto, ad esempio nel caso di un naufragio;

  • indiretto, ad esempio nel caso di un incidente lungo l'argine di un fiume;

  • complesso, ad esempio nel caso di un incendio di una piattaforma in mare.

In base a queste informazioni il responsabile (titolare di uno stabilimento balneare, responsabile di una squadra di soccorso, ecc) è tenuto a stilare un DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) in cui vengono analiticamente valutati e messi per iscritto tutti i possibili rischi che l'attività determina per i suoi operatori e le relative precauzioni adottate per minimizzarli quanto più possibile.


Invece nel settore delle attività lavorative in mare, l'armatore è tenuto ad inviare al Ministero dei Trasporti il Piano di Sicurezza, in linea coi D.lgs n. 271/272 del 27 Luglio1999 sulla sicurezza dei lavoratori marittimi.

Nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco il Responsabile delle Operazioni di Soccorso (Incident Commander) negli interventi utilizza il cosiddetto P8P (Processo ad 8 Passaggi):

  1. Controllo ed evacuazione del sito

  2. Identificazione dello scenario incidentale

  3. Analisi dei pericoli e del rischio

  4. Valutazione delle procedure operative e delle misure protettive

  5. Coordinamento delle informazioni e delle risorse

  6. Realizzazione operativa dell'intervento

  7. Ripristino

  8. Chiusura dell'intervento

Proprio nel primo step rientra la zonizzazione, ossia l'identificazione delle zone di rischio in base alla prossimità della fonte di pericolo. Questo vale anche per l'acqua:

  • Hot Zone - in acqua, anche soltanto con i piedi;

  • Warm Zone - all'asciutto, ma a pochi metri dall'acqua;

  • Cold Zone - l'acqua è visibile, ma la distanza rende impossibile il contatto.

Per quanto riguarda le strategie di intervento, la scelta di entrare o meno in acqua è quella che determina categoricamente la differenza tra tecniche a basso rischio e ad alto rischio. Di seguito qualche esempio.


Basso rischio = Land-Based Rescue (senza entrare in acqua):

  • Gridare indicazioni;

  • Allungare una pertica, un ramo o qualcos'altro;

  • Lanciare una cima, un salvagente, una saccalancio;

  • Recuperare un naufrago da un mezzo nautico.

Alto rischio = Water-Based Rescue (entrando in acqua)

  • Intervento con piccoli mezzi a remi o a motore;

  • Guado e nuoto (ovviamente il rischio aumenta entrando sprovvisti di DPI, attrezzature e un vincolo per poter esser tirati fuori).

Maggiori info: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2008/04/30/008G0104/sg

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